jeudi 28 décembre 2017

NATALE


Come tutte le famiglie hanno il loro giorni e le loro occasioni di festa e di celebrazione, così  il Natale è la  festa per eccellenza della famiglia cristiana. È per questo motivo che, almeno una volta all’anno, anche i battezzati che non praticano sentono il richiamo della loro famiglia cristiana. Molti di noi a Natale sentono, per così dire, la nostalgia di casa; sentono il bisogno di ritornare là dove sono nati alla vita dello spirito ; di confondersi con la comunità che li ha accolti quando sono stati battezzati ; che li ha formati quando erano fanciulli; sentono il desiderio di ritrovarsi in famiglia; di riscoprire l’atmosfera della loro infanzia e di rivivere quelle sensazioni, quei sentimenti, quelle emozioni che avevano provato da bambini o da giovani, ma che poi  la vita adulta ha  forse  spento, soffocati sotto il peso delle preoccupazioni quotidiane. Il Natale ci riconduce al fascino di certi momenti magici della nostra infanzia che vorremmo rivivere, ma che purtroppo non riusciamo più a ritrovare! È forte il richiamo del Natale per noi cristiani! Ce lo portiamo  dietro tutta la vita. Perchè il mistero che si compie e che noi ricordiamo a Natale tocca le fibbre più profonde del notro essere.

 Natale è infatti  gravido di un  simbolismo che parla direttamente al nostro cuore, che tocca  la parte migliore che c’è in ognuno di noi. C’è la notte,c’è il buio; c’è il freddo, c’èil silenzio, la povertà; ma ci sono anche le cose semplici e vere che ci hanno colpiti da bambini: ci sono gli angeli; ci sono i pastori ; c’è la luce; c’è un fanciullo divino che nasce in questo mondo! Ecco qui descritta la situazione di ognuno di noi, lo stato in cui oguno di noi si trova all’interno del suo cuore. Sì, anche nella nostra vita c'è spesso il buio, il freddo, l’abbandono, la, tristezza, la solitudine; ma c’e anche il desiderio di ritrovare più luce, più calore, più amore.

 Anche se non ve ne rendete conto, voi tutti che siete qui in questo giorno di Natale, siete qui perchè sentite che c’è  qualcosa di buono, di bello, di vero, di grande, di puro, di innocente, in un parola, qualcosa di divino anche  dentro di voi  che aspira a nascere e venire alla luce. Noi tutti che siamo qui, sappiamo che la parte parte migliore di noi non è quella che lasciamo apparire,  ma quella che teniamo nascosta per timore, per rispetto umano, per falso pudore, o semplicemente perchè ci consideriano degli adulti a cui non convengono più certi atteggiamenti, certi sentimentalismi, considerati  troppo  religiosi o troppo infantili. Ma  questa parte nascosta è la parte migliore del nostro essere ! È la parte per così dire divina della nostra persona. Essa è costituita dalla nostra aspirazione ad essere diversi da quello che siamo; dal  nostro desiderio di ritrovare la bontà, la semplicità, il candore e l’innocenza del bambino. In una parola, vi è  come un fanciullo in noi che aspira a prendere corpo, a concretizzaresi nella nostra vita. C’è un fanciullo in noi che vorrebbe nascere per rendere migliore la nostra vita, trasformarla, infonderle un impulso nuovo, una qualità diversa. Altrimenti come spiegate quest’ondata di bontà  che ci invade a Natale? Questo  impuso che spinge tutti a Natale a porre gesti di bontà, di amore, di perdono, di fratellanza, di aiuto, di compassione ?

            Io penso che sia questa la grazia del Natale: condurci a dare consistenza agli impulsi migliori che conserviamo nelle profondità del nostro cuore. Il Natale costituisce un invito a fare nascere il fanciullo divino che esiste in ognuno di noi. Il Natale è un richiamo rivolto a quel bambino che ognuno di noi è nel profondo del suo cuore. La festa di Natale ci trasmette un messaggio: ci dice che per diventare delle persone buone, per essere felici, per essere delle persone umanamente riuscite, dobbiamo assomigliare a dei bambini e riprodurre il comportamento del bambino. La festa di Natale vuole farci capire che l’uomo-bambino è in un certo modo un uomo-Dio, dato che lo Spirito di Dio è presente e si manifesta in modo tutto speciale nell’essere umano che riesce a conservare  un cuore di fanciullo. A coloro che sanno decifrare il simbolismo profondo  di questa festa , il Natale rivela dunque che la salvezza del mondo consiste nel diventare bambini e che il segreto della felicità e del benessere  dell’umanità è portato da coloro che sono capaci di diventare semplici e buoni come dei fanciulli. Questo Gesù di Nazaret lo aveva  già capito 2000 anni fa quando  diceva : « Se non diventererte come dei bambini, non  entrerete nel regno dei cieli ».

          Certo il Natale è una festa che ci tocca profondamente come i cristiani e ci riempie  di gioia e di riconoscenza perchè il Bambino Gesu è il regalo più bello  che Dio ha fatto all’umanità.  Il Natale ci ricorda che Dio nasce nel mondo ogni qualvolta che un sssere umano ritrova la sua infanzia e ritorna ad essere semplice , trasparente e buono come un bambino.

Il Natale ci interpella dunque profondamente comme persone, perchè quel bambino divino è  l’immagine  di ciò  che noi dobbiamo diventare,  se vogliamo preparare peri nostri bambini , per i nostri figli un mondo nel quale possano vivere nella bontà, nella concordia, nella serenità, nella sicurezza e nella pace. Ecco perchè il  messaggio di Natale è un invito rivolto agli uomini dal cuore buono, dal cuore di fanciullo, ad essere operatore di pace . « Pace agli i uomini di buona volontà», cantano gli angeli dal cielo. Pace  a tutti voi ! È l’augurio che vi faccio in questo girono di Natale. Buon Natale!



MB

dimanche 3 décembre 2017

Quête pour la St-Vincent de Paul - 3 décembre 2017


Il y a un an, je me trouvais ici devant vous en vous parlant des difficultés que traversait notre conférence de la SSVP. En effet, durant l'année 2016 nous étions en mode survie: il ne restait plus que trois bénévoles (moi, et deux autres) pour un nombre record de bénéficiaires. Mais nous avons survécu et aujourd'hui j'ai la joie de vous annoncer que notre équipe s'est renforcée. Nous sommes maintenant une équipe de 7 personnes. Les 3 paroissiens qui se sont joints à nous sont: Jeffrey, Georges et Raoul que je remercie pour leur aide. Danièle est toujours notre trésorière, merci aussi à Danièle pour tout ce qu'elle fait. Chacun d'entre nous s'engage à  aider ses voisins dans le besoin du mieux qu'il peut.

Cette année nous avons aidé en moyenne 104 personnes ou familles par mois et 121 personnes se sont inscrites chez nous pour les paniers de Noël. Dans les personnes que nous avons aidées cette année il y a pratiquement 1/3 de familles monoparentales, 1/3 de familles et un 1/3 de personnes seules.

Vous en avez peut-être entendu parler, en octobre de cette année, la banque alimentaire de NDG, le NDG Food Dépôt a déménagé sur l'avenue Somerled juste après Cavendish (avant ils étaient vers le métro Vendôme).

Nos deux organismes travaillent ensemble de manière complémentaire, en effet la demande et les besoins étant grands, aucun des deux n'arrive à couvrir tous les besoins à lui seul. Il arrive que nous devions refuser des personnes parce qu'il y en a trop, nous pouvons alors les référer au Dépôt alimentaire. Par contre, nous sommes les seuls à donner des paniers de Noël, des vêtements et de l'aide pour la rentrée scolaire.

En outre, ce qui nous distingue aussi c'est le fait que nous sommes une organisation chrétienne et pas juste une banque alimentaire. Notre spiritualité donne une couleur spéciale à la SSVP.

En ce sens, le pape François a fait récemment un discours à l'occasion du 400e anniversaire du charisme de St-Vincent de Paul. Durant ce discours, le pape a voulu partager avec l’assistance une réflexion sur trois verbes importants pour l’esprit de la St-Vincent de Paul, mais aussi pour la vie chrétienne en générale: adorer, accueillir et aller.

1) Adorer

Concernant le verbe adorer, je vais directement citer le pape François car ce qu'il dit est très beau. Il dit: «La prière est la boussole de tous les jours, c’est comme un manuel de vie». Précisant que pour St-Vincent prier signifie plus qu’un simple devoir ou un ensemble de formules, c’est s’arrêter devant Dieu pour être avec lui, pour se consacrer simplement à lui. Il ajoute: ce type d'adoration est pure intimité avec le Seigneur qui donne paix et joie et dissout les soucis de la vie. Celui qui adore, qui fréquente la source de l’amour, ne peut qu’en rester, pour ainsi dire, contaminé. Il commence à se comporter avec les autres comme le Seigneur fait avec lui: il devient plus miséricordieux, plus compréhensif, plus disponible, il dépasse ses propres rigidités et s’ouvre aux autres.

2) Accueillir

Pour nous vincentiens l'accueil est très important, surtout la qualité de l'accueil, nous veillons à ce que chaque personne soit accueillie avec joie, avec chaleur et avec espoir.

Accueillir c'est s'oublier pour aller vers l'autre.

Le pape dit a ce propos: le verbe «accueillir» signifie «redimensionner son propre moi». «C’est un lent détachement de tout ce qui est mien : mon temps, mon repos, mes droits, mes programmes, mon agenda. Qui accueille renonce à son moi et fait entrer dans sa vie le toi et le nous ».

3) Aller

Enfin, concernant le verbe aller le pape a dit: « L’amour est dynamique, il sort de lui. Qui aime ne reste pas dans son fauteuil à regarder, à attendre la venue d’un monde meilleur, mais il se lève avec enthousiasme et simplicité et s’en va pour enflammer le cœur des hommes, faisant ce que fit le Fils de Dieu». Autant de choses que la famille vincentienne accomplit à travers le monde.

Nous avons donc 3 verbes:

 1) Adorer, notre relation au transcendant
2) Accueillir, une attitude chrétienne à avoir
3) Aller: l'action, se mette en mouvement

Les trois sont reliés, c'est parce que le chrétien a une relation au transcendant, par la prière, que son cœur en est modifié, ce qui va favoriser une attitude d'accueil et le pousser à l'action, à se mettre en mouvement.

Il y a ici deux axes: un axe vertical qui représente la relation entre Dieu et les hommes et un axe horizontal qui représente la relation entre les humains (ce sont les deux axes du symbole chrétien de la croix).

Pour le chrétien, c'est parce qu'il y a une relation aux divin, au transcendant, que la relation entre les humains en est améliorée, en est plus fraternelle.

Être chrétien, c'est être capable d'entrer dans ses profondeurs pour mieux sortir de soi, s'ouvrir aux autres et agir en conséquence.

C'est avoir une vie spirituelle, une relation à Dieu à l'intérieur pour devenir de meilleures personnes à l'extérieur.

C'est se connecter à l'amour en nous pour mieux le propager autour de nous.

Je vous laisse avec ces réflexions et je vous invite chères paroissiennes, chers paroissiens, à nous aider à apporter une aide concrète à nos voisins démunis pour le temps des fêtes.

Nous récolterons vos dons lors de la deuxième quête. Vous pouvez utiliser les enveloppes qui se trouvent dans les bancs, n'oubliez pas de nous laisser vos noms et adresses pour les dons supérieurs à 20 dollars pour les reçus d'impôts.

Nous ferons les paniers de Noël le vendredi 15 décembre au sous-sol de l'église à partir de 9h, comme chaque année nous comptons sur votre présence.


Au nom de tous les bénéficiaires que nous aidons grâce à votre soutien, je vous remercie du fond du cœur!

Susanne

lundi 27 novembre 2017

Réflexion sur le texte du Jugement dernier

 (Mt. 25, 3-46)


Ce récit du jugement dernier est placé par Matthieu comme la conclusion d’une série de paraboles consacrées à la description du Royaume de Dieu. La Royaume de Dieu est le nom que Jésus donne à son projet de transformation, d’innovation et de renouveau. Jésus est un homme qui a eu un grand rêve, aujourd’hui nous dirions une utopie. Son rêve consistait à croire qu’il était possible de construire dans notre monde une société, où les relations entres les humains étaient inspirées non pas par l‘égoïsme, la recherche de l’intérêt personnel, du pouvoir, mais par les forces de la confiance en Dieu, de la fraternité et de l’amour. Jésus pensait qu’il avait été choisi par Dieu pour être l‘instrument de ce renouveau spirituel, de cette restauration universelle et de ce changement profond d’attitudes qui devaient marquer la fin d’un monde et le début d’une ère nouvelle et d’un monde nouveau. Jésus était convaincu que le monde ancien, c’est-à-dire la façon dont les humains pensaient et agissaient, n’étaient pas conforme au plan et aux intentions de Dieu. Il était convaincu que les humains étaient en train de faire fausse route et que, si rien n’était fait pour se reprendre en main, pour changer de cap, pour changer de mentalité et de conduite, ils s’en allaient tout droit vers leur perte. Jésus était convaincu que les humains s’étaient fourvoyés, qu’ils avaient perdu la tête, qu’ils ne voyaient plus clair, au point d’être devenu incapables de comprendre et de voir que les instruments dont ils se servaient pour bâtir leur monde (force, pouvoir, domination, violence, oppression cupidité, argent…) ne leur permettaient pas de construire une maison, une société dans la quelle la cohabitation serait agréable et l’existence pacifique, gratifiante et épanouissante. Jésus s’était rendu compte que les humains s’étaient égarés à la poursuite de valeurs qui en réalité n’en avaient aucune, étant donné que, finalement, ces valeurs conduisaient, non pas vers la réalisation d’une monde plus humain, mais vers une déshumanisation toujours plus grande de l’humanité.

Ce texte du jugement placé par Matthieu juste avant le récit de l‘entrée de Jésus à Jérusalem et de sa passion, constitue le testament spirituel du Maître où il condense, pour ainsi dire, tout le contenu de son message.

 Ici est exprimée tout d’abord la disqualification du peuple élu, (le peuple juif), de la religion et de l’appartenance à une confession religieuse spécifique pour faire partie de ceux que Dieu réunira autour de lui à la fin des temps. Ce sont les gens appartenant à toutes les «nations» que Dieu appelle à rendre compte de le leurs actions. Or, dans la Bible le terme « «nation » indique les «païens», c’est-à-dire ceux qui ne font pas partie du peuple juif, ce qui veut dire aussi: ceux qui sont sans (vrai) Dieu et sans (vraie) religion.

Cela signifie donc que dans la pensée de Jésus, Dieu, son Dieu ne regarde en face personne, n’a de préférence pour personne, tous les humains sont égaux devant lui, ils sont tous ses enfants et que pour lui la religion à laquelle chacun appartient ou n’appartient pas, n’a aucune importance. Pour le Dieu de Jésus, ce qui est important c’est que chacun ait le cœur plein d’amour. Pour Jésus, sont enfants de Dieu ceux et celles qui savent aimer et qui répandent bonté et amour autour d’eux.
Dans ce texte, Jésus, avant de mourir, veux donc nous dire que tous, tants que nous sommes, nous devons le suivre dans son voyage vers le don total de sa vie, afin de devenir nous aussi, comme lui, capables de donner notre vie pour le salut et le bonheur des autres. Il veut ici nous faire comprendre que notre vie n’a de sens et de valeur, non pas si elle est gardée mais si elle dépensée; non pas si elle est retenue, mais si elle est donnée. Et que finalement à la fin de notre existence nous serons jugés uniquement sur l’amour. Sur l’amour qui aura animé nos attitudes, nos gestes et nos actions. Sur l’amour qui nous aura poussé à nous décentrer de nous mêmes, à sortir de nous mêmes, des repliements exclusifs et égoïstes sur notre petit succès, notre petit bien-être et nos petits et souvent mesquins intérêts, pour courir au secours des autres et pour faire le bonheur des autres.

Jésus veut ici nous dire que c’est seulement la qualité et la grandeur de notre amour pour les autres qui déterminera et mesurera la qualité et la grandeur de notre existence. Et que même si nous sommes riches en choses, mais pauvres en amour, nous sommes des êtres ratés et misérables, autant aux yeux des hommes qu’aux yeux de Dieu.

Cela signifie que nous autres, disciples de Jésus, chaque foi que nous nous arrêtons pour faire le point sur notre vie et contrôler si nous sommes sur la bonne route, si notre vie est satisfaisante, si elle fait du sens, si nous ne courons pas le risque de tourner en rond ou à vide et de vivre inutilement… et bien, la première chose que le Maître nous exhorte à faire, c’est d’ouvrir la porte de notre cœur et aller regarder de quoi il est rempli. Nous devons y contrôler le thermomètre de notre amour et vérifier la hauteur de sa barre. Malheur à nous si elle est sous zéro! Quelle vie froide, médiocre et minable nous sommes en train de vivre! Sans amour nous ne valons et nous ne sommes rien, disait Sait Paul.

Alors, si nous sommes des disciples qui ont compris le sens de ce texte d’évangile et qui veulent le prendre au sérieux, nous ne devons pas suivre l’exemple de ces pieux chrétiens qui, lorsqu’ils font leur examen de conscience pour voir si le bon Dieu est satisfait de leur conduite, scrutent presque exclusivement la qualité de leur rapport avec la religion: leur obéissance aux directives des autorités ecclésiastiques; leur soumission aux interdits de la morale, leur fidélité aux pratiques du culte. Ce texte de l’évangile semble vouloir nous dire que se préoccuper de cela et s’interroger sur tout cela, a certes son côté positif, mais que ce n’est pas cela ce qui compte, ce qui est essentiel et ce qui est vraiment important aux yeux de Dieu. La pratique religieuse a été, depuis toujours la marotte et l’obsession des scribes et des pharisiens, qui pensaient être justes et irréprochables devant Dieu et les hommes parce qu’ils observaient scrupuleusement toutes les règles du culte et toutes les plus petites prescriptions de la Loi mosaïque, mais n’avaient aucun souci de leur prochain (cf.Parabole du bon samaritain). Jésus a disqualifié ce comportement comme hypocrite et l’a condamné de toutes ses forces.

Dans ce récit du jugement dernier, Jésus, au risque de choquer les bons croyants, veut nous faire comprendre que Dieu, son Dieu, n’a que faire, n’a absolument pas besoin pour lui-même de nos prières, de nos louanges, de nous offrandes, de nos sacrifices et de tous les rites que nous pouvons accomplir dans les temples, les églises ou autres lieux sacrés. Ce texte d’évangile veut nous faire comprendre que Dieu ne tient pas non plus à être aimé en lui-même ou par lui-même et qu’il n’a pas besoin de notre amour, (car il sait que, de toute façon, les humains sont structurellement incapables de ressentir de l’amour pour Dieu), mais il tient et il veut que les humains l’aiment dans leurs semblables, car c’est là, dans tout être humain, qu’il habite et qu’il manifeste son esprit, son action et sa présence dans le monde.

Jésus nous révèle donc ici que Dieu n’est pas au ciel; qu’il n’est pas dans les religions, dans les tabernacles, dans les rites, dans les sacrifices, dans les sacrements, dans les dévotions... Dieu est seulement dans nos frères humains, surtout s’ils ont besoin de notre attention, de notre compassion, de notre aide, de notre amour parce qu’ils sont seuls, abandonnés, pauvres, démunis, malades souffrants, sans droits, sans travail, sans considération, sans respect, sans réputation, sans moyens, sans liberté.

En tant que chrétiens, nous tenons de temps en temps à entreprendre la démarche du pardon  pour soumettre nos péché à la miséricorde de Dieu. Or, si d’après la doctrine chrétienne le péché est l’attitude ou l’action qui nous sépare de Dieu, et si Dieu est exclusivement dans nos frères, nous comprenons alors que nous nous séparons de Dieu et que donc nous tombons dans le péché chaque fois que nous nous séparons de nos frères. Nous comprenons que nous péchons pour de vrai seulement quand nous refusons notre amour à l’un de nos frères. Donc, chaque fois que nous brisons les liens qui nous unissent avec notre prochain, chaque fois que nous refusons la démarche de l’écoute, de la rencontre, de la proximité, du rapprochement, de la communion, du pardon, des mains tendues; chaque fois que nous nous soustrayons au devoir de l’accueil, de l’aide, du partage, de la justice; chaque fois donc que nous étouffons l’amour, que nous empêchons l’amour qui est en nous de se manifester, de se rependre, de se communiquer; chaque fois que nous refusons d’aimer…, nous nous éloignons de Dieu, nous refusons Dieu et nous nous enfonçons dans le péché. Voilà pourquoi pour obtenir le pardon de nos péchés, nous devons préalablement avoir renoué avec nos frères. Voilà aussi pourquoi le pardon, c’est-à-dire le rapprochement et la communion avec Dieu, passe nécessairement par le rapprochement et la communion avec nos frères

Voulez-vous donc savoir quels sont vos péchés? Voyez quels sont vos manques d’amour! Voulez-vous donc que Dieu pardonne vos péchés? Sortez de vous-mêmes et allez vers les autres! Penchez-vous sur leurs besoins! Soulagez leur détresse! Devenez les instruments et les artisans de leur bonheur! Donner leur votre amour. Et alors «l’amour effacera la multitude de vos péchés» (cf. 1 Pierre, 4,8).


MB


vendredi 17 novembre 2017

«Veillez, car vous ne connaissez ni le jour ni l’heure!»


(Mt. 25, 1-13 - 32 dim.ord. A)

            La proximité de la Toussaint et de la mémoire de nos morts risque de nous faire penser que cette sentence finale est une allusion à notre propre mort. Chacun de nous n'en sait, en effet, "ni le jour ni l'heure". Dans un passé pas si lointain, la religion chrétienne était tout entière centrée sur la mort. Avec un arrière-fond de peur: peur de ne pas faire son salut, peur de l'enfer, peur du jugement de Dieu considéré comme un juge sévère. Nous sommes heureusement débarrassés d'une telle image de Dieu, même s'il arrive parfois à tel ou tel de vivre encore dans cette peur pleine de culpabilité et de crainte de Dieu, un Dieu qui veut nous surprendre à l'improviste. Nous le savons : l'Évangile est, au sens propre, une Bonne Nouvelle et non une annonce de malheur, un message de crainte.
           
            Il est vrai que dans les évangiles, Jésus proclame souvent la venue imminente du «Royaume Dieu». Cette expression est cependant utilisée par lui non pas pour nous avertir de notre mort imminente, mais pour indiquer l’instauration d’un monde nouveau et d’une nouvelle société sur terre, régis par les principes et les forces de l’amour et de la fraternité. Pour Jésus de Nazareth la construction de ce monde nouveau que chaque être humain de bonne volonté doit chercher à bâtir et à habiter, a constitué le grand rêve de sa vie, pour la réalisation duquel il est mort.

            Dans les évangiles, Jésus compare souvent ce Royaume à une fête de noces à laquelle tout le monde est invité. Mais pour faire partie de ce monde nouveau, il faut en voir la nécessité. Il faut le désirer. Il faut s’y préparer intérieurement. Il faut être disposé à changer. Il faut donc être attentif et bien éveillé, afin de pouvoir saisir et interpréter les signes de cette nouveauté qui se rend indispensable et nécessaire un peu partout. Il faut être réceptif et éveillé, afin de ne pas rater dans notre vie les appels et les invitations au renouveau et à la conversion que l’Esprit de Dieu, à travers la parole de Jésus, fait continuellement retentir en nous et autour de nous.

            Veillez, signifie alors vivre en état d’alerte et d’attention vis-à-vis des personnes et du monde dans lequel nous vivons. Signifie être conscients de leurs beautés et de leurs laideurs, de leurs accomplissements et de leurs imperfections, de leurs richesses et de leur pauvreté, afin d’être capables autant de nous émerveiller, d’adorer, de rendre grâce, que de nous engager pour aider, réparer, soigner et guérir leurs maux et leurs blessures.

            Veiller, c’est avancer vers l’avenir avec confiance et espoir, sans se laisser envahir par la somnolence de notre apathie, de notre indifférence, de nos attitudes fatalistes qui cultivent le découragement et la résignation, qui poussent à l’abandon, qui désarment nos élans et nous confinent dans l'hébète satisfaction d’une existence plate, médiocre, sans ambitions, sans hauteur, sans souffle et sans but.

            Veiller, c’est croire à la bonté fondamentale du cœur humain et à la sagesse de son esprit. C’est penser que le bien est plus répandu que le mal et que les forces de la fraternité et de l’amour l’emporteront sur celles de l’hostilité et de la haine. C’est finalement croire qu’il vaut toujours la peine de s’engager et de se battre pour améliorer le cœur de l’homme et pour bâtir un monde plus beau.

Dans un monde sous l’emprise de l’égoïsme, de la compétition, de la rivalité et de la violence, veiller c’est se préoccuper de faire plus de place à la gratuité de l’amour dans notre vie, pour que notre cœur puisse être sensible à la souffrance et à la détresse des vivants et aux besoins de nos frères.

Veiller, nous renvoie alors à l’urgence de l’amour. Veiller, devient pour nous aujourd’hui un cri au secours, afin que nous nous dépêchions, nous nous précipitions à aimer. Car la réussite de notre existence et la survie de l’humanité dépendent de l’amour que nous aurons répandu autour de nous au cours de notre voyage à travers l’existence. À la fin de notre parcours nous serons jugés et évalués seulement sur l’amour que nous aurons dans notre cœur et sur celui que nous aurons donné.

Veiller est donc un appel à aimer tout de suite, maintenant, toujours. Nous aimons toujours ou trop peu ou trop tard. Il n’existe pas d’amour inutile, ni d’amour gaspillé. L’amour est toujours source de vie et de bonheur. Il est la seule richesse qui donne poids, sens et valeur à toute chose et à toute personne. Car dans l’amour nous touchons et nous participons au mystère de la présence du divin dans notre monde.

            Veiller, pour nous, les chrétiens, c’est reconnaître avec lucidité et gratitude que nous sommes toujours dans les mains et dans le cœur d’un Dieu qui nos aime et que nous ne devons pas avoir peur de la nuit ; et que nous pouvons donc avancer sans anxiété sur les chemins de notre difficile et pénible existence, même si parfois nous avons l’impression de marcher dans le noir, sans voir clairement où notre marche aboutira.

            Veiller, ce n’est pas mener une vie de héros ou de saints, sans fautes et sans accros; mais c’est vivre une vie qui cherche continuellement à se consumer et à se déployer soutenue par les attitudes de l’ouverture, de l’accueil, de l’attention, du soin, des petits gestes quotidiens du don de soi, de la tendresse et de l’amour, afin que les personnes que nous croisons sur notre route puissent entrevoir que, grâce à Jésus de Nazareth, quelque chose d’extraordinaire et de nouveau est en train de surgir dans notre monde.

BM


Nov. 2017

La lampade accesa per lo sposo

(Mt. 25, 1-13 - 32 dom.ord. A)

            Ogni anno alla fine del tempo liturgico (prima dell’Avvento), siamo chiamati a volgere lo sguardo sul mistero della venuta del Signore alla fine dei tempi, su quel finale della Storia che interessa ben pochi e che pure è al cuore della fede cristiana.

            Tre sono le venute del Signore: la venuta nella storia, che noi riviviamo ogni anno attraverso la liturgia; la venuta nel nostro cuore, ed è l'esperienza di fede alla quale ognuno di noi è chiamato; ed infine la venuta nella gloria, alla fine dei tempi, quando il Signore verrà per completare il suo Regno.

            Per metterci nel clima della preparazione e dell’attesa, Matteo ci propone una parabola tratta dal cerimoniale del matrimonio ebraico. Si tratta di dieci damigelle d’onore che aspettano lo sposo per accompagnarlo in corteo alla casa della sposa. È facile immaginare la scena di questa veglia nuziale: le dieci ragazze sono pronte per andare incontro allo sposo: è sera , le fiaccole sono accese, le ragazze sono tutti eccitate e trepidanti, ma lo sposo tarda., non arriva. Allora le damigelle incominciano a spazientirsi; sono stanche, assonnate. L’olio delle loro lampade si consuma inutilmente e le lampade a poco a poco si spengono. Soltanto alcune sono state previdenti e hanno portato dell’olio. Così è anche la nostra vita di fede: non fatta soltanto di momenti "su" ma, anche di momenti “giù”, appesantita dal sonno, e il Signore che sembra assente, che sembra lasciarci soli, e che tarda a manifestarsi.

            Una vita di fede fatta d’alti e bassi è ciò che caratterizza noi tutti. Il rischio è quello di lasciarsi andare, di addormentarsi in attesa del ritorno del Maestro. Qualcuno mi dirà: "Addormentarsi? Lavoro come un pazzo, non riesco a trovare un minuto per me, altro che addormentarsi!" Appunto: il dramma del nostro tempo è proprio la grande agitazione in cui viviamo . Sempre di corsa, sempre indaffarati, mai un momento di pace e di tranquillità da dedicare al silenzio, alla riflessione, alla preghiera, all’ascolto dei bisogni del nostro cuore, del nostro spirito e del nostro prossimo …. sempre terribilmente occupati… ma a che cosa? Il più delle volte siamo occupati a delle cose che sul momento ci sembrano importanti, ma che in fin dei conti servono solo a procurarci il superfluo, a ottenere dei beni e delle soddisfazioni che non sono indispensabili e di cui potremmo facilmente fare a meno; anzi, molto spesso questi beni ci impediscono di prenderci cura dei valori veri e autentici e delle cose che veramente contano nella nostra vita. Molto spesso ingombriamo la nostra esistenza di cianfrusaglie, di cose insignificanti che ci appesantiscono inutilmente, che ci mantengono terra a terra e ci impediscono di spiccare il volo verso l’alto; di dedicarci alla costruzione della nostra personalità, del nostro carattere, della nostra unità interiore,della buona qualità umana della nostra esistenza.

            Siamo delle persone che possiedono quasi tutto , che sono piene di cose materiali, ma senza spiritualità. Siamo ricchi fuori, ma poveri dentro. Siamo grassi, pasciuti, colmi nel corpo, ma striminziti e rachitici nell’anima e nello spirito. Siamo gente che ha un sacco d’esigenze, di bisogni ed di pretese umane e materiali, ma nessun grande ideale, nessuna ambizione o interesse spirituale.. Per molti la vita si riduce a lavorare, a mangiare e bere, alla casa, al vestito, al divertimento, ai soldi. Ma se vivere è soltanto soddisfare i bisogni immediati e materiali del nostro corpo, la vita diventa senza senso; anzi, diventa una cosa assurda e incomprensibile. Se la è vita soltanto questo, che cosa ci rende diversi dagli animali ? La parabola d’oggi ci ricorda che la vita è breve, la vita scorre, il tempo passa, è gia notte , lo sposo si fa aspettare, ma verrà e noi dobbiamo essere pronti a riceverlo, perchè è lui che ci conduce verso l’eternità. Che ne faremo dei bei mobili, della bella casa, dei soldi accumulati con tanto spreco di tempo e d’ energie, se manchiamo la meta verso la quale siamo diretti? Che ce ne facciamo di una automobile lussuosa e potente che non è capace di condurci a destinazione? Il vangelo di oggi ci esorta ad essere vigilanti, ad essere pronti , la nostra lampada deve essere accesa e l’olio non deve mancare quando lo sposo arriverà.

            Che cosa rappresenta l’olio che deve alimentare la nostra lampada ? È l’olio della nostra fede, della disponibilità, della nostra apertura, del nostro amore per Dio e per nostri fratelli, sopratutto quelli che sono piu poveri, più sofferenti e più bisognosi del nostro aiuto e del nostro amore. Senza questo olio non si potrà mai accendere la lampada del nostro amore per Dio e per il nostro prossimo che devono illuminare e riscaldare tutta nostra vita. L’olio è il simbole dell’amore che deve sempre riscaldare la nostra vita ; è il simbolodi una esistenza, spesa, data, bruciata e consumata non soltanto per il nostro benessere ed il nostro tornaconto ma sopratutto per il bene e la felicità del nostro prossimo.

            Che ne è della fiamma del nostro cuore? Non importa che sia un enorme cero artistico o un falò possente oppure una piccola fiammella. L'essenziale è che siamo accesi. L’importante è che ci sia dell’amore nella lampada del nostro cuore, quando lo sposo arriverà . Dio ci riconoscerà come suoi soltanto se durante la nostra vita ci saremo rivolti a lui parlando non il linguaggo del potere, della forza, della violenza, del danaro, degli onori, del prestigio, della superiorità, del potere, ma il lingaggio del dono di noi stessi, della bontà, della disponibilità, dellaiuto reciproco, del servizio e dell’amore. Infatti l’amore è la sola lingua che Dio parla e che Dio capisce. Se non la parlamo anche noi Egli ci dirà : “E chi siete voi, non siete dei miei; non vi capisco, non vi conosco...”.

            Nel mondo in cui viviamo che si esplica all’insegna dell’egoismo, del tornaconto personale, della competizione e della rivalità, amarsi è diventato una necessità e una urgenza . Affrettiamoci dunque ad amare. Noi amiamo sempre o troppo poco e troppo tardi. La riuscita della nostra vita e la sopravvivenza dell’umanità dipendono solo dall’amore con il quale siamo riusciti ad impastarle e dall’amore che avremo dato e ricevuto durante il nostroviaggio terreno. Alla fine, saremo giudicati e valutati soltanto sull’amore. Dobbiamo dunque amare subito, sempre, tutti. Non esiste un amore sprecato. L’amore è sempre fonte di felicità. Quando si è innamorati , non esiste una emozione più grande di sentire che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona. È l’amore che dà significato. L’amore combacia con il significato di tutte le cose.


            In questa Eucaristia chiediamo a Dio che faccia di noi una comunità capace d’andare incontro al Signore con un cuore ardente d’amore per Dio e per i nostri fratelli.

BM

lundi 23 octobre 2017

RENDRE À CÉSAR CE QUI EST À CÉSAR…


(Mt.22,15-21 – 29e dim. ord. A)

Gros problème dans la communauté de Matthieu, vers 80-90 après JC: faut-il payer l’impôt aux Romains, eux qui ont détruit Jérusalem et son temple, eux dont certains empereurs se prennent pour des incarnations de Dieu ? L’empereur Domitien ne se faisait-il pas appeler "Seigneur Dieu Tout-Puissant" ? Faut-il entrer en dissidence, en rébellion contre l’autorité établie?

            Matthieu, écrivant son évangile, se souvient de cet épisode de la vie de Jésus et de cette phrase devenue presque un proverbe : "Rendez à César ce qui est à César et à Dieu ce qui est à Dieu". Belle histoire où les piégeurs sont piégés. Mais quel intérêt pour nous, ici, dans notre 21° siècle ? Ce n’est pas très facile à percevoir mais essayons quand même.

            "Rendez à César ce qui est à César". Il y a là une reconnaissance de l’autorité de César, une reconnaissance du pouvoir politique civil. Autrement dit, les responsables politiques font la loi et celle-ci oblige tout un chacun. On peut le regretter, on peut se révolter intérieurement et parfois sentir la haine monter en soi : il n’en reste pas moins que la loi c’est la loi. Chacun ne fait pas sa loi, mais elle lui est imposée par l’autorité politique que la société a mise en place ou a laissé se mettre en place.
 Ceci dit, César n’est que César et rien de plus. Il n’est pas Dieu, il n’est pas la référence suprême et ultime. Il n’est pas "Seigneur Dieu Tout-Puissant". S’il se fait tel, s’il devient un despote, un tyran, un dictateur qui veut être tout-puissant, on a le droit et le devoir de le renverser. Si l’on n’est pas satisfait de lui et de son action, si l’on est mécontent de ses lois, on peut le changer et mettre à sa place un nouveau responsable. Et les Romains ne s’en sont pas privés, en renversant, et souvent violemment, pratiquement tous les empereurs successifs.

En nous disant que César est César, qu’il n’est pas Dieu, Jésus ouvre ainsi un espace pour notre action. Il nous dit que César n’est pas intouchable. Nous pouvons le changer. Nous pouvons changer les choses ; en politique, nous sommes responsables des qualités et des défauts de ceux qui nous dirigent. Nous sommes responsables de ce que nous laissons faire. Et que, finalement, nous avons les Césars et les chefs politiques que nous  acceptons et que nous méritons.

 L’évangile semble nous exhorter à avoir avec toute autorité une relation juste, mais aussi courageuse qui n’endure pas la corruption de ceux qui nous gouvernent  et qui ne se laisse pas écraser par les abus de pouvoir. Savoir dire non au pouvoir de l’argent, et être capables de résister et d’échapper aux hallucinations que souvent il développe en nous. Se garder de la tendance et de la tentation d’être soi-même un César, un dominateur, un oppresseur. Car nous pouvons être tout cela dans le quotidien de notre vie et surtout dans nos relations avec les autres dans notre profession et notre milieu de travail. L’espace est vaste où nous pouvons vivre en hommes debout et en véritables disciples de Jésus, afin que le monde autour de nous soit meilleur et plus humain.

"Rendez à César", dit Jésus, mais il ajoute aussitôt : " Rendez à Dieu ce qui est à Dieu". Il y a ici la reconnaissance d’un échange. Dieu nous fait don de lui-même puisque nous sommes à son image, à sa ressemblance. A notre tour d’entrer dans cet échange, dans ce don. Mais quoi lui donner ? Quoi lui rendre ?

Rendre à Dieu ce qui est à Dieu peut signifier alors faire jaillir de notre cœur les forces divines de l’amour qui y sont enfermées et qui ne nous appartiennent pas, qui y ont été déposées par l’action créatrice de Dieu afin que nous ensemencions l’univers avec ces semences de divinité.

Rendre à Dieu ce qui est à Dieu, signifie lui attribuer ce qui lui appartient ; découvrir son action en toute chose ; voir sa présence et l’époustouflante beauté de son visage dans la création et la nature qui nous entourent, ainsi que dans les innombrables gestes de la bonté et de l’amour qui surgissent avec tant profusion du cœur des hommes et des femmes de notre monde.

Rendre à Dieu ce qui est à Dieu signifie prendre soin, caresser, communier, se passionner, s’émerveille, contempler, adorer, parler, être le cœur, la voix, le sens de tout ce qui existe. Signifie devenir pas de danse, cri de joie, chant de louange, liturgie d’action de grâce pour toute la création, lieu de la présence et de la révélation de Dieu dans notre monde.

Rendre à Dieu ce qui est à Dieu signifie aussi et surtout prendre soin des pauvres. Dans l’enseignement de Jésus de Nazareth les pauvres et les démunis sont l’incarnation de la présence de Dieu dans le monde. Daprès Jésus, Dieu s’identifie avec les pauvres, les nécessiteux les mendiants, les souffrants, les laissées pour compte, les marginaux, les délinquants, les prisonniers: « J’avais faim, j’avais soif, j’étais nu, j’étais étranger, j’étais malade, j’étais prisonnier… tout ce que vous avez fait à l’un des plus petits qui sont mes frères, c’est à moi que vous l’avez fait » (Mt. 25,31-40).

Rendre à Dieu ce qui et à Dieu signifie alors rendre aux pauvres ce qui leur appartient et que nous gardons cupidement et égoïstement en notre possession. En effet, selon l’enseignement de Jésus les biens, les substances, l’argent que nous avons accumulés, et qui constituent un excédent, un surplus et donc un luxe dont nous n’avons pas besoin pour vivre simplement et dignement, ne nous appartiennent plus, mais appartiennent aux pauvres, c’est-à-dire à ceux et celles qui sont dans le manque et qui en ont besoin pour vivre. Selon l’évangile de Jésus, le chrétien n’a pas le droit de garder pour lui le superflu dont d’autres ont besoin pour vivre. Il doit le rendre à Dieu, donc aux pauvres, avec lesquels Dieu s’identifie. Si nous les gardons pour nous, nous nous transformons en des voleurs et des fraudeurs qui s’approprient abusivement du bien d’autrui.

 Aurons-nous assez d’audace, assez de courage et assez de foi pour réaliser dans notre vie les exigences de cette parole d’évangile adressée à nous aujourd’hui, nous, les chrétiens nantis, désabusés et capitalistes de cette société nord-américaine du XXIe siècle?

Ici Jésus veut nous faire comprendre que dans un monde et une société régis par les lois de César, les individus s’enrichissent et acquièrent importance et valeur à travers l’échange et le pouvoir de l’agent et donc en possédant et en exploitant des choses.

Dans un monde régi par les lois (et l’esprit) de Dieu, les individus s’enrichissent (intérieurement) et acquièrent valeur humaine à travers l’échange de relations fraternelles, la force de leur amour, en se dépossédant d’eux-mêmes et en se mettant au service des personnes.

 "Rendez à César ce qui est à César et à Dieu ce qui est à Dieu" : la parole de Jésus nous rend responsables, libres de nos choix et de nos actes. Dans son exigence, elle nous donne notre dignité d’hommes et de fils de Dieu.

( BM - 2017)


mercredi 18 octobre 2017

CET AMOUR QUE L’ON CHERCHE À MÉRITER ….


(Mt.22,1-14 - 28e dim.ord. A 2017)

Bizarre parabole que celle de ce roi (figure de Dieu) qui prépare un banquet de noce pour son fils ; et ces invités qui trouvent toutes sortes de prétextes pour refuser l’invitation ; et l’étrange attitude de ce seigneur qui invite alors n’importe qui, afin que la salle du banquet soit pleine ...! Si cette parabole est interprétée dans son sens littéral, en l’extrapolant du contexte historique de sa composition et des intentions catéchétiques de l’évangéliste, elle a de quoi nous faire réfléchir et peut même nous déranger.

En effet, Jésus présente ici un Dieu pour lequel la valeur, les vertus, les qualités, les mérites, les accomplissements des personnes (représentées par les premiers invités), ne semblent pas avoir grande importance dans sa façon de les considérer et de les traiter. Si les individus sont des braves et honnêtes personnes, tant mieux ! Si non, c’est pareil ! Bons et méchants, tous sont également invités à la fête et tous bénéficient de la même attention et de la même générosité.

Je pense que le but de ce récit est double. D’un côté, Jésus veut faire comprendre que Dieu, son Dieu, à une façon bien à lui de traiter avec les humains et de les aimer. On pourrait dire que, pour Jésus, il existe une façon «divin » d’aimer, qui est assez différente de la façon «humaine» d’aimer. Et c’est justement cette façon «divine» d’aimer qui souvent nous dérange et que nous avons de la difficulté à accepter. Car nous la trouvons inconvenante, trop bonace, pas très éclairée et surtout pas mal injuste.

De l’autre côté, Jésus nous exhorte à accepter ce type divin d’amour et, possiblement, à le reproduire dans notre vie, afin que s’opère dans notre existence une conversion de notre manière de communiquer et d’entrer en relation avec les personnes, et que notre amour pour elles prenne, de plus en plus, la coloration et les caractéristiques de l’amour qui est en Dieu.

En bref, Jésus veut ici nous rendre conscients non seulement du fait que l’amour de Dieu est toujours gratuit, désintéressé, altruiste, tandis que le nôtre est toujours, ou presque, intéressé, calculateur et égoïste ; mais aussi du fait que nous, les humains, souvent nous nous révoltons contre ce type d’amour qui est en Dieu. Nous refusons l’offre de son amour, nous déclinons son invitation.

Jésus nous révèle ici que Dieu veut nous aimer, mais que nous ne voulons pas nous faire aimer, ou plutôt, que nous n’acceptons pas sa façon d’aimer. On dirait que ce genre d’amour divin, toujours gratuit, toujours offert, toujours inconditionnel, nous fait peur, nous agace et nous indispose . Nous avons, en effet, la sensation qu’il froisse notre ego ; qu’il mortifie notre amour-propre ; qu’il brime notre orgueil. Nous ne voulons pas d’un amour gratuit ! Nous voulons en payer le prix ! Nous voulons l’acheter avec nos propres moyens ! Nous voulons le mériter !   

Nous voulons pouvoir être les patrons et les maîtres même de l’amour que nous recevons. Nous voulons que, si quelqu’un s’attache à nous, au point de nous aimer, que cela soit à cause de quelque chose d’attrayant et d’intéressant qu’il a découvert en nous et que nous lui donnons en échange, notre beauté, notre corps, nos valeurs, nos qualités, nos vertus, nos mérites, nos accomplissements, etc.

Et cette attitude marchande remonte souvent à notre enfance. Quand nous étions enfants, nos parents nous ont appris que nous devions conquérir et mériter leur affection. Si nous étions des enfants sages, obéissants, appliqués, studieux, nous avions droit à leur appréciation et à leur amour ; autrement nous avions en retour leurs cris, les reproches, les punitions, l’éloignement physique et émotionnel. Et c’est ainsi que, tout petits, nous avons appris que l’amour est une conquête, que l’amour doit être mérité ; que pour obtenir  de l’amour, il faut donner quelque chose en échange ; et que l’amour n’est jamais donné et obtenu gratuitement.

En grandissant, nous avons continué à penser la même chose, et nous avons appliqué cela à nos rapports avec Dieu. Et lorsque, dans les évangiles, nous avons appris que Dieu aime tout le monde gratuitement et sans conditions préalables ; qu’il aime autant les bons que et les méchants, les obéissants et les désobéissants, les saints et les pécheurs, nous sommes tentés de réagir avec indignation : « Eh non ! Ce n’est pas juste ! Je n’accepte pas un tel Dieu ! Je ne veux pas m’asseoir à sa table ! Je n’en veux pas d’un amour qui ne tient pas compte de ma valeur, de ce que je suis et qui semble s’en ficher de mes qualités et de mes mérites. Je préfère un amour que j’ai moi-même conquis et mérité ; un amour que j’acquière en déboursant de ma poche, même si c’est un prix élevé. Un amour gratuit ne m’intéresse pas, car il me déprécie et me dévalorise, comme tout ce qui ne coûte rien».
Nous voulons donc que la cause et la raison de l’amour que nous recevons soit en nous et non pas dans celui ou celle qui nous aime. Nous voulons être aimés non pas parce que celui ou celle qui nous aime est extraordinairement aimant, mais parce que nous sommes craquants et terriblement aimables, grâce à tous nos atouts.

Cette façon bien humaine que nous avons de concevoir l’amour, est passée de plein pied dans la spiritualité chrétienne et dans l’enseignement officiel de l’Église Catholique qui, le long de son histoire, a élaboré une complexe doctrine sur la grâce sanctifiante, les vertus et les mérites que le croyant doit produire et posséder pour pouvoir profiter de l’amour de Dieu.

Nous agissons ainsi parce que nous n’avons de l’amour que la notion ou la version humaine de ce sentiment que nous considérons comme un mouvement ou un phénomène déclenché par une cause, alors qu’en Dieu l’amour n’a pas de cause, mais est un état de son Être, ou plutôt, il est la nature de son Être.   

L’évangile de ce jour nous dit qu’il faut apprendre à se laisser aimer et à abandonner toute prétention et toute volonté de vouloir contrôler les forces de l’amour qui sont partout autour de nous. Dans la mesure où nous sommes capables de renoncer à tout mettre en œuvre pour «mériter» d’être aimés et à mettre de côté tout besoin de bâtir en nous les raisons de l’amour; dans la mesure où nous accepterons d’être imparfaits, faibles, limités, vulnérables, nous nous approcherons davantage à la vérité de notre être et nous acquerrons cette simplicité, cette sincérité, cette innocence et cette transparence qui feront de nous des personnes autant plus aimables qu’elles ne cherchent pas à piéger à leur avantage les courants de l’amour, auxquels, au contraire, elles s’abandonnent avec la confiance d’un enfant. C’est pour cela que Jésus affirmait que se sont surtout les simples, les pauvres et les petits qui sont les héritiers privilégiés de l’amour de Dieu.

Mais il reste que, de l’amour, nous ne connaissons souvent que ses faibles, défectueuses et superficielles manifestations humaines que nous confondons avec l’amour tout court ; alors que souvent elles ne sont que les expressions de notre égoïsme et de la recherche de notre satisfaction et de notre bien être psychologique, sentimental ou érotique.

Il faut admettre que les dynamique de l’Amour tout court nous échappent totalement. Car l’amour tout court est seulement en Dieu et, principalement, une affaire de Dieu et, par conséquent, il participe de son même mystère. Jamais nous ne réussirons à comprendre pleinement son abyssale et essentielle gratuité, qui, aux yeux de notre esprit humain, handicapé par notre extrême petitesse, nous apparaît comme une folie supplémentaire du Dieu de Jésus-Christ.

Nous pouvons, peut-être, avoir une pâle idée (intercepter une fugace lueur) de ce mystère, lorsque  nous pensons que si Dieu est Amour et en même temps Valeur unique, absolue et ultime, il ne peut être et se manifester que comme Amour totalement inconditionnel, étant donné qu’aucune autre valeur n’existe qui puisse l’attirer ou le concurrencer. Croire que nos petites valeurs humaines, nos petites vertus, nos petits ou grands mérites soient capables de déclencher en Dieu les élans d’un amour qui, autrement, ne nous serait pas donné, c’est un non-sens. Dieu nous aime, non pas parce qu’il nous trouve aimables, mais parce qu’il ne peut pas faire autre chose que d’aimer. Dieu ne peut qu’offrir à tous le repas de son amour ; un amour nécessairement gratuit, comme l’Univers à travers lequel il se manifeste.

Si nous, les humains, nous ne sommes pas capables ni d’imaginer, ni de comprendre, ni de réaliser cette qualité divine de l’amour, puisque notre façon d’aimer est toujours, quelque part, entachée d’égoïsme et de recherche d’avantages, de plaisirs et de gratifications, cela ne nous empêche pas de croire que cette gratuité divine de l’amour puisse constituer, dans notre vie, un rêve et un idéal vers lequel tous les amants devraient tendre. Jésus de Nazareth nous assure que si la gratuité de l’amour chez les humains est rare et difficile, elle n’est cependant pas impossible. Et parfois il arrive que cette qualité d’amour qui est au cœur de Dieu, par grâce ou par miracle, fasse soudainement et brièvement son apparition dans le cœur de l’homme.

Il peut arriver dans la vie d’un individu de tomber soudainement amoureux d’une autre personne ; le coup de foudre qui frappe sans préavis et sans que l’on sache d’où cela vienne et comment cela ait pu être possible. Il arrive parfois que l’amour d’un autre te soit soudainement offert comme un don inattendu, sans que tu n’aies volontairement rien fait pour le susciter ou le motiver. II arrive que l’amour vienne à toi sans aucun « mérite » de ta part ; comme une attitude, un geste, un élan totalement gratuit ; comme un magnifique et touchant cadeau, qu’un beau jour tu trouves posé là, pour toi, au cœur de ta maison, alors que tu pensais que personne n’en connaissait l’adresse.

Il arrive donc parfois que des échantillons d’amour divin percent le ciel pour venir ensemencer de leurs virtualités l’amour des hommes. Il arrive parfois, que dans notre vie, nous assistions à des rares et fugaces manifestations de l’amour tel qu’il existe à sa Source divine. Comme dans l’amour d’une mère pour son enfant ; comme dans le cas de certaines existences exclusivement données à soulager la misère et la souffrance d’autrui (cf.  Jésus de Nazareth); dans la qualité de certaines rencontres et de certaines fusions amoureuses… Dans ces cas, nous sommes confrontés à un phénomène amoureux qui a quelque chose de divin.

Il y a vraiment des attitudes et des comportements amoureux où il faut reconnaître que quelque chose de l’amour divin vient éclairer le ciel de nos existences calculatrices orgueilleuses et égoïstes. C’est comme si des étincelles du monde de Dieu surgissent soudainement et miraculeusement dans le monde des hommes, pour leur annoncer que quelque chose de la pure gratuité divine peut aussi s’introduire dans nos amours humains et qu’il est peut-être possible à l’homme d’aimer à la façon de Dieu.  
Jésus de Nazareth, lui, en était convaincu !

Bruno Mori 4 octobre 2017



vendredi 6 octobre 2017

Le pardon affaire des hommes et non pas affaire de Dieu


(Mt 18,21-35 – 24e dim.ord. A - 2017)

A partir de ce texte de l’évangile de Matthieu, je propose ici une réflexion sur le pardon qui s’écarte un peu de ce que les fidèles catholiques sont habitués à entendre à l’église, mais qui peut les aider à mieux comprendre qui est le Dieu de Jésus de Nazareth et à mieux accepter l’urgence de s’insérer dans son projet de renouveau universel. 

La doctrine catholique, à cause du dogme du péché originel, a été contaminée par la croyance en la culpabilité foncière et universelle des humains, considérés comme des êtres fondamentalement mauvais et transgresseurs. Cela a eu comme conséquence que l’enseignement officiel de l’Église qui s’exprime dans les textes liturgiques, les formules de la spiritualité et de la piété chrétienne (prières, dévotions, etc.) a fait naître chez les chrétiens la conviction de n’être que des créatures déchues et des misérables pécheurs qui ne peuvent que s’humilier et ramper devant un Dieu offensé et enragé, dans l’espoir d’obtenir sa pitié et son pardon.

En tant que chrétiens, nous avons donc été formés à penser que, puisque, au départ, nous sommes mauvais et coupables, il est nécessaire, pour être sauvés, de demander et d’obtenir le pardon de Dieu, lequel, étant bon et miséricordieux, nous l’accorde presque toujours. Cette façon de procéder nous paraît tout à fait normale et surtout tout à fait conforme à la vérité de ce que nous sommes et de ce que Dieu est lui-même. [1]

Eh bien non ! Au risque de surprendre plusieurs pieux chrétiens, je dois affirmer que cette histoire de pardon que Dieu est supposé  accorder au pécheur repenti est loin de correspondre à la vérité.
Laissons de côté, pour le moment, le mythe biblique de la faute d'Adam et Ève qui, à partir du Ve siècle de notre ère, a donné origine aux délires théologiques de St Augustin d’Hippone sur le péché originel, auquel plus personne ne croit aujourd’hui, même pas le pape. 

Concentrons-nous sur la question du pardon de Dieu. Peut-on dire que Dieu pardonne ? Rien n’est moins sûr. Nous pouvons attribuer à Dieu la capacité de pardonner, seulement si nous nous avons une conception anthropomorphique de Dieu; un Dieu, construit à notre image et ressemblance et donc imaginé fonctionner à la façon de l’homme. Ce qui signifie, en d’autres mots, transposer en Dieu la façon humaine de penser, de sentir, d’agir, et de réagir, de changer, de s’altérer. Et c’est malheureusement ce que la religion a fait au cours de l’histoire, en nous concoctant un Dieu moulé sur les comportements de l’homme. Et c’est pour cette raison qu’aujourd’hui, pour une grande partie des gens instruits de la modernité, ce Dieu de la religion est devenu une entité inacceptable, ne passant plus la preuve du bon sens et de la rationalité.

Mais revenons au pardon et voyons pourquoi il est impossible d’attribuer à Dieu l’action de pardonner. Le pardon est essentiellement le résultat d’une modification et d’un changement d’attitude survenus à l’intérieur de la personne qui pardonne. Les dynamiques du pardon sont bien connues. Elles comportent deux volets ou deux étapes. Le pardon suppose, premièrement, l’existence d’un individu capable de s’altérer et donc vulnérable, auquel on peut faire du mal, lui faire subir un tort, lui infliger des blessures et des pertes qui lui procurent de la souffrance et qui font surgir en lui les réactions et les altérations du ressentiment, de la colère, de la haine et de la vengeance.

Le deuxième volet suppose que, ce même individu, déjà perturbé et changé intérieurement par l’offense reçue, l’agressivité et la haine ressenties, est à nouveau transformé et changé en profondeur par l’apparition en lui de la bonté, de la bienveillance et de l’amour, sentiments qu’il offre, comme un don gratuit à celui qui l’a offensé, à travers justement la démarche du par-don. Ici donc, l’individu qui pardonne passe de l’état de rage et de haine, à l’état d’indulgence, de bienveillance, d’amabilité, de réconciliation qui renonce à toute vengeance et ne désire plus que faire la paix et vivre en paix avec celui qui avait été son ennemi.

Or ce processus d’altération et de changement intérieur est ontologiquement impossible en Dieu qui, par définition, est toujours identique à lui-même. Dieu Est et il ne peut pas devenir. Il ne peut pas changer, s’altérer et donc passer d'un état à un autre. Il ne peut pas, non plus, être affecté de l’extérieur par quelque chose qui existerait en dehors de lui. Car rien n’existe en dehors de Dieu. Il est en effet l’être de toutes choses ; l’âme de l’Univers ; l’Énergie de fond originelle et le Mystère suprême qui maintient toutes choses dans leur être et dans leur existence. C’est donc un non-sens de dire que Dieu peut être offensé ou mis en colère par notre méchanceté ou nos fautes. Il s'en suit alors que Dieu ne peut pas pardonner, parce qu’il ne peut jamais être ou se sentir offensé. Dieu ne peut pas être atteint ou affecté par le comportement de l’homme. Il est le «Tout Autre» et le «Transcendent».

Il y a aussi une autre raison qui rend incongru tout discours sur le pardon de Dieu : le fait que Dieu n’est qu’Amour. En effet, autant les évangiles, que les découvertes des sciences cosmologiques modernes, nous apprennent que la Réalité Ultime appelée «Dieu », est essentiellement une Énergie d’attraction et d’amour qui soutient et anime tout ce qui existe. De son côté, Jésus de Nazareth a annoncé sans relâche que Dieu est un Être d’Amour et que tout amour vient de Dieu ; que celui qui aime est en Dieu et vit en Dieu et que Dieu ne sait faire et ne peut faire autre chose que d’aimer. La nature de Dieu c’est d’être Amour. Donc Dieu ne peut qu’aimer, comme le soleil ne peut que briller et réchauffer. Dieu n’est qu’amour ; c’est donc un non-sens  que de penser que Dieu puisse aussi et en même temps être rancune, ressentiment, hostilité, colère, agressivité, volonté de condamnation, désir de châtiment et de punition envers le pécheur.

Pour Jésus, Dieu est et reste Amour, autant lorsque nous sommes bons que lorsque nous sommes méchants ; lorsque nous sommes innocents, que lorsque nous sommes coupables ; lorsque nous sommes justes et en règle, que lorsque nous nous sommes transgresseurs ; lorsque nous sommes saints, que lorsque nous sommes pécheurs et délinquants. Quoi que nous fassions de bon ou de mauvais, nous sommes toujours exposés aux rayons de son amour. Son amour est antérieur et postérieur à nos fautes. Son amour est toujours existant, toujours présent, toujours assuré, quoi que nous fassions de bon et de mal. Dieu ne peut donc pas nous pardonner, car jamais nous n’avons été séparés de son amour. Dieu ne peut nous pardonner, car il ne peut pas nous rétablir dans un amour qu’il ne nous a jamais enlevé et duquel nous ne sommes jamais sortis.

Par conséquent, un discours sur Dieu qui exprimerait des attentes de notre part sur ce que Dieu pourrait ou ne pourrait pas nous donner, est une absurdité. Quoi que la théologie catholique puisse affirmer, Jésus n’est pas venu nous sauver, mais nous annoncer (et c’est cela sa bonne nouvelle !) que nous sommes tous déjà sauvés, car tous, depuis toujours, déjà plongés dans les profondeurs de l’Amour de Dieu.

Le pardon de Dieu, que nous avons l’impression de recevoir et d’expérimenter dans notre âme et notre dans cœur, après une démarche ou un parcours de conversion, n’est pas le résultat d’une intervention de Dieu, mais plutôt le fruit de notre changement intérieur ou de notre «conversion» qui, en nous rapprochant de Dieu, nous a rendu plus sensibles aux effets de sa présence et nous a fait découvrir, qu’en réalité, nous avions toujours été exposés aux feux de son amour.

En effet, lorsque, par notre conversion nous nous sommes débarrassés du voile de nos fautes que nous avions tissé autour de notre existence, voile qui nous faisait vivre dans le froid et l’obscurité et qui nous empêchait d’être exposés au soleil de Dieu, nous nous sommes rendu compte que la lumière et la chaleur de son amour avaient toujours été là pour nous, même lorsque nous vivions dans la brume et la noirceur du mal et du péché.

Jésus avait compris cela, et c’est pourquoi il annonçait à tous ceux qui voulaient bien l’entendre, que Dieu est un Être d’amour qui ne fait pas de différences entre les personnes. Il aime aussi bien les justes que les pécheurs. Il fait pleuvoir et briller son soleil autant sur les bons que sur les méchants. Il a soin autant de la brebis égarée, que de celles qui sont restées dans la sécurité du bercail. Il est un Père qui prend à cœur autant le fils dissolu et fêtard, que celui bien sage qui voit avec scrupule aux intérêts de la maison.

Jésus avait compris que Amour est la seule énergie capable non seulement de maintenir le monde dans l’existence, mais aussi de faire évoluer et progresser les humains vers le plein accomplissement de leur nature. C’est pourquoi Jésus a toujours cherché à être lui-même un homme d’amour et à incarner dans sa vie cette posture amoureuse qu’il avait découverte comme étant la caractéristique fondamentale du Dieu dans lequel il croyait.

C’est pourquoi, Jésus rêvait d’un monde régi exclusivement par les dynamiques et les règles de l’amour. Il rêvait d’un monde devenu une sorte de « Royaume de Dieu », où l’amour qui est en Dieu régnait aussi dans le cœur de l’homme et, par l’homme, dans le monde tout entier.
Jésus cependant savait que son rêve aurait été entravé par les limites et les imperfections de la nature humaine, toujours déficiente, fragile, défectueuse, toujours en train de se construire, d’évoluer, de se perfectionner. Son rêve d’un monde bâti à l’enseigne de l’amour devait donc faire les comptes avec un être humain inaccompli, inachevé, dans lequel existent encore d’innombrables défaillances et défectuosités, des zones obscures et des vides immenses que la lumière et les forces de l’amour n’ont jamais colonisé de leur présence.

C’est pour cela que l’être humain peut rater la rencontre avec les dynamiques de l’amour. C’est pour cela que l’homme peut aller à contre-courant des forces structurantes de l’attraction, de la relation affective, de la bienveillance et de la communion qui soutiennent et font évoluer l’Univers. C’est pour cela que l’homme peut adopter des attitudes et des comportements où l’amour est absent et se transformer en un individu fermé sur lui-même ; et ouvrir ainsi la voie à l’injustice, à l’exploitation, à la violence, qui mènent presque inévitablement à la création de la spirale infernale du ressentiment, de l’agressivité de la haine et de la vengeance.

Jésus savait que, si les humains ne sont que cela ; s’ils ne cherchent pas à se changer en des meilleures personnes ; s’ils ne font que succomber à leurs limites ; s’ils ne font que suivre les pulsions destructrices et aliénantes qu’ils portent dans leur cœur, jamais  il ne pourrait réaliser son rêve d’un monde nouveau. Il savait que pour cela, il avait absolument besoin d’humains capables de pardonner, c’est-à-dire capables de passer de la haine à l’amour, du désir de faire le mal, à la volonté de faire le bien et incapables de se réjouir du mal et de la souffrance de leurs ennemis. La possibilité de l’homme de changer et donc de pardonner, constituait le seul espoir que Jésus possédait de faire face efficacement aux obstacles qui bloquaient ou qui ralentissaient la réalisation de ce monde plein d’amour dont il rêvait.

Pour Jésus, le pardon devient alors une pièce essentielle et un pilier fondamental dans la réalisation de son rêve de renouveau universel et de construction du Royaume de Dieu. Cela explique pourquoi le pardon a une si grande place dans la prédication de prophète de Nazareth, au point de devenir une caractéristique fondamentale de son message. Cela explique aussi pourquoi, lorsque Jésus parle de pardon, il n’a jamais en vue le pardon de Dieu, mais il se réfère presque exclusivement au pardon donné par les hommes.

Pour Jésus, les dynamiques du pardon qui font passer de la rupture à l’accord ; de l’agressivité à la bienveillance ; de l’hostilité à l’amitié ; de la division à la communion ; de la colère à la douceur ; de l’animosité à la sérénité ; du désir de vengeance à la volonté de bien, de paix et de réconciliation ; de la haine à l’amour…  ne sont jamais des attitudes qui concernent de Dieu, mais qui concernent les hommes. De sorte que, pour le Nazaréen, le pardon n’est pas du tout une affaire de Dieu, mais exclusivement une affaire d’hommes et entre les hommes. Car seulement le pardon que l’homme est capable de donner à son semblable peut briser à la racine la spirale du mal et de la violence. Car seul le pardon peut empêcher la haine de se développer et de se propager dans le monde et de produire les fruits néfastes de souffrance et de mort.

Jésus avait compris que, pour rendre viable et réalisable son rêve d’un monde meilleur, il fallait, avant tout, rendre les hommes meilleurs et donc capables de plus d’amour. Pour cela il fallait les rendre plus sensibles à la nécessité de se laisser toucher et envahir par la présence et la proximité de son Dieu, en les exposant aux feux de son amour, qui devait désormais soutenir et orienter aussi leur existence. Selon Jésus, c’est parce que l’amour de Dieu est dans l’homme, que celui-ci devient capable d’aimer à la façon divine et de placer alors tout le monde, bons et méchants, justes et pécheurs, amis et ennemis, dans le courant de l’amour et de la détermination du pardon.

Et comme, pour Jésus, l’amour de Dieu pour l’homme est sans limites, ainsi en est-il du pardon de l’homme pour ses semblables. Le pardon humain doit être à la mesure de l’amour divin. Car le pardon est la version humaine de l’amour qui est en Dieu. Il est le don humain (par-don) par excellence. C’est pour cela que que le pardon doit être toujours donné. Non pas une fois, non pas sept fois, mais, comme disait Jésus - sept fois soixante-dix-sept fois. C'est-à-dire, toujours, continuellement, sans limites.

Tâche ardue ! Tâche difficile ! Tâche qui paraît presque impossible et, souvent, au-delà de nos capacités. Mais tâche indispensable, au moins comme programme de vie, comme idéal de conduite, comme effort de pacification toujours repris et toujours à reprendre, si nous tenons à vivre dans une société plus humaine et sur une planète plus habitable.

Finalement, comme il apparaît de ce texte d’évangiles que nous venons de lire (Mt, 18,21-35), Jésus de Nazareth avait raison de penser que seulement à travers le pardon qu’ils seront capables de recevoir et d’accorder, les hommes échapperont «aux mains du bourreau», se sauveront eux-mêmes et le monde qu’ils habitent.

Bruno Mori ( 15 septembre 2017)





[1][1] Le long de son histoire, l’Église catholique a utilisé la culpabilité et la peur comme des armes pour établir et fortifier son pouvoir et son emprise sur les consciences des croyants. En forgeant et en proposant la fausse image d’un Dieu qui peut, certes, pardonner; mais qui peut aussi et surtout être offensé, se fâcher, punir et condamner au feu du purgatoire et aux flammes éternelles de l’enfer, l’Église a volontairement entretenu et encouragé (auprès de ses ouailles rustres et ignorantes) la foi en un Dieu justicier impitoyable, de la colère et de la vengeance duquel elle pouvait cependant libérer et sauver les pécheurs qui recourraient à elle pour demander le sacrement du pardon. Brillant et efficace système d’assurer la dépendance et l’attachement inconditionnel et continuel de ses fidèles !