mardi 31 janvier 2017

Il vangelo delle beatitudini - Mt.5,1-12


(4a dom ord. A)

Il vangelo di oggi ci propone le beatitudini. Le beatitudini sono il messaggio di Gesù, il suo manifesto, il suo libro di testo, e ci mostrano un'immagine di Dio e un'immagine dell'uomo del tutto nuova. Nell'A.T. Mosé era salito sul monte Sinai e aveva dato i 10 comandamenti, che erano la legge di Dio con il suo popolo. Anche Gesù ora sul monte delle Beatitudini per promulgare la nuova e definitiva legge di Dio per tutta l'umanità. Nel testo di Matteo il monte diventa un elemento simbolico per indicare che Gesù è come un nuovo Mosè che guida  un nuovo popolo a cui comunica le esigenze e la legge della nuova Alleanza. Questa legge non dice cosa bisogna fare o non fare, ma come bisogna essere. Nel nostro catechismo, allora, non dovremmo insegnare tanto i 10 comandamenti, ma le 8 beatitudini.

Le beatitudini non sono la descrizione di un comportamento di alcune ore o di alcuni momenti, ma sono l'appello a una menatalita nuova, ad un nuovo stile di vita, a impostare la nostra vita diversamente, secondo altri valori e altre priorità; a costruire una struttura di fondo che deve continuare per tutta la vita ed abbracciare tutto.
 Le beatitudini non sono dei comandi: "Devi vivere così". Sono delle proposte. Presentano una possibilità e una scelta di attitudine e di vita. Sono un cammino che ci viene  indicato. Siamo liberi di percorrerlo oppure no.

Le beatitudini dicono: "Punta in alto, osa, vola ad alta quota perché per questo sei fatto. Questo è ciò che Dio vuole da te e per te e questa è il tuo unico modo di riuscire la tua vita e di raggiungere la tua felicità. Non hai nemmeno idea di cosa sei chiamato a vivere, di che cosa puoi vivere! Non hai nemmeno idea di quanto grande sia il tuo cuore ; di quanto amore e dedizione sei capace ! Non hai nemmeno idea di quanto tu sia ricco di possibilità, (anche se sei povero di mezzi materiali) e ricolmo di vita! Non hai nemmeno idea diquanta forza interiori possiedi e di quale coraggio disponi!

Le beatitudini non insegnano a non avere contrasti ad evitare i conflitti perchè spesso sono inevitabili, ma ad entrarci dentro ; non insegnano a sottrarsi al dolore, ma ad esprimerlo; non insegnano a fuggire di fronte alla paura, ma a guardarla in faccia; non insegnano ad evitare i sentimenti, ma a viverli e a esprimerli.
E' un'illusione pensare di poter vivere senza difficoltà, tensioni, problemi, incomprensioni perchè non ci sentiamo abbastanza forti per affrontarli. Allora sognamo di una vita senza  difficoltà, senza turbamenti, senza problemi. Invece le beatitudini ci insegnano a vivere, con le radici ben affondate nella realtà, anche quando le situazioni sono difficili e dolorose. Ci dicono: "Vivile e non ti sottrarre, perché anche ciò che tu non vuoi accettare ha un senso; perché da tutto puoi imparare sempre qualcosa.

Le beatitudini non inneggiano alla povertà, alla miseria, alla rassegnazione, al piismo, alla tristezza o al subire. Non dicono che la povertà è bene: la povertà, sopratutto se è miseria, è una calamità ; ma ci dicono che la povertà è la realtà della nostra condizione umana. Non dicono che è buono essere perseguitati: no, è terribile e crudele. Ma ci dicono che non si può vivere, essere significativi e pensare non ricevere critiche, pensare che tutti siano d’accordo con noi, che tutti ci accettino; pensare di riuscire ad accontentare tutti.

Le beatitudini non dicono che piangere sia bello: no, è e sarà sempre doloroso. Ma che piangere ci trasforma, ci purifica. Il pianto è il modo naturale d’esprimere i nostri dolori, le nostre tristezze, i nostri lutti e le nostre perdite. E' l'adattamento alla realtà. Non è bello, ma  talvolta è necessario.

Non dicono che bisogna chiudere gli occhi o subire le malefatte degli uomini. Dicono che bisogna essere misericordiosi, che bisogna avere un cuore grande che giudica le azioni e non gli uomini, i comportamenti non le persone. Ci rivelano che gli uomini agiscono così perché sono pieni di paura. E' per questo che divengono aggressivi, violenti, indisponenti.

Questo non vuol dire che devo subire tutto. Quando c'è da dire "no", lo dico e con tutta la forza che ho. Ma dentro di me guardo anche quella persona e mi dico: "Poverino, quanto deve soffrire! Che guerra avrà dentro?" E non giudico, perché non conosco le sue tensioni interne e le vere ragioni che lo hanno spinto ad agire in quel determinato modo.

La prima beatitudine che dichiara beati i poveri che è forse l’unica che Gesù abbia davvero pronunciato (o solo le prime tre) e racchiude tutte le altre .
“ Povero", in ebraico, (anì) ha le stesse consonanti di hani, "io". Come a dire: io e la povertà siamo la stessa cosa. La povertà è costitutiva della mia natura umana . La povertà è la vocazione dell'uomo. La realtà è che io non possiedo nulla e ricevo tutto. Essere umano significa vivere ed accettare questa verità e questa dipendenza. Questo è il grande segreto della vita: chi non ha niente, è libero di tutto Chi non si attacca a nulla, può vivere tutto ed essere aperto tutto. Chi si attaca troppo, perde la sua libertà e diventa progioniero dei suoi bisogni.
Il povero è colui che è vuoto, rannicchiato, mendicante, bisognoso. Per Gesù,iI peccato è bastare a se stessi, credere di essere a posto, di non aver più bisogno d’imparare, di sapere più o meno tutto, di non aver bisogno degli altri e di Dio.
Povero qui significa il distaccato, nel senso di chi vive delle cose e dei beni, ma senza aggrapparsi ad essi; senza volerli accumulare per compiacersi nel loro possesso. Povero é dunque colui che è capace di fare a meno ; di essere libero; di non esse schiavo dei suoi bisogni veri o artificiali; che sa privarsi e accetta di mancare di qualcosa ; che se ne va quando è ora d’andare, e che lascia andare quando è ora di lasciare.

La prima beatitudine annuncia anche un’altra grande verità : Dio è tutto, è il Tutto. Il resto non è che manifestazione della presenza. Dove ti appoggi? Su cosa puoi davvero con-fidare? Sulle cose? Deperiscono, si logorano e spariscono. Sulle persone? Non ti salvano. Ti lasciano, si ammalano, invecchiano e muoiono. Ti appoggi alla fama, al prestigio, al succcesso, alla celebrità? Sono riservate a pochissimi. Alcune decine di anni dopo la nostra morte, e nessuno più si ricorderà di noi. Spariti per sempre e per tutti e perfino dalla memoria delle persone più care! Qual è l'unica cosa che tiene? Qual è l'unica cosa dove su cui ci si può appoggiare, agganciare, per non cadere nel vuoto?
Beethoven quando fu colpito dalla sordità, tagliò le gambe del pianoforte per sentìrne  le vibrazioni sul pavimento e compose la Messa Requiem. Sullo spartito scrisse: "Dio è una fortezza incrollabile". Sì, Dio è per noi l'unica fortezza incrollabile e l’appoggio sicuro e stabile della nostra vita per tutta l’eternità.

Ed è questa divina fortezza  che è ci proposta come possible alla nostra debolezza e alla nostra povertà dal programma delle Beatitudini.

Da una riflessione di Marco Pedron adattata da Bruno Mori 

dimanche 22 janvier 2017

Jésus au cœur de nos vies - Mt. 4,12-23


(3e Dimanche ordinaire A)

Jésus après l’arrestation du Baptiste, part vers le Nord de la Palestine, la Galilée, dont on dit qu’elle est le carrefour des nations. Ses habitants sont des gens qui vivent en marge. Ils ne sont pas majoritairement des juifs. Ce sont des païens. Ils ne connaissent rien des Écritures et les promesses bibliques qui parlent d’un Messie libérateur et sauveur. Ils ne sont pas appelés à recevoir le Messie. Et pourtant c’est au milieu d'eux que Jésus s’installe lorsqu’il choisit la ville de Capharnaüm comme son lieu de résidence.

Capharnaüm est une ville située sur le bord Ouest du lac de Tibériade. Cette ville aussi est un carrefour ou s’entrecroisent les grandes artères de communication du Moyen Orient de l’époque et par lesquelles transitent en continuation les marchandises et les armées romaines. C’est dans cette diversité, dans ce melting-pot de religions, de cultures et de races, que le Seigneur va à la rencontre de chacun. L'appel personnel qu'il adresse aux apôtres en est le signe. Il s'adresse à tous, sans aucune distinction, puisqu’il est dit, dans le texte que nous venons de lire, qu’il guérissait toute maladie et toute infirmité qui se présentaient à lui. La diversité, les différences, la multiplicité des cultures et des religions ne dérangent pas, ne font pas peur au Seigneur. Il est envoyé à tous pour rejoindre chacun.

Il nous rejoint évidemment et avant tout dans nos souffrances, dans nos maladies, dans nos épreuves, dans nos blessures, dans nos fautes et dans nos faiblesses et jusque dans nos morts. Que de fois l’avons-nous entendu dire « Ce ne sont pas le sains, mais les malades qui ont besoin du médecin…, je ne suis pas venu pour les justes, mais pour les pécheurs..., je suis venu chercher la brebis égarée, prendre soin du samaritain battu et abandonné sur le bord de la routes… Ce sont ces personnes égarées, lassées pour compte, stigmatisée par la société « bien » qui m’intéressent : les canailles, les escrocs, les fripouilles, les publicains modernes, les prostitués, les homosexuels, les couples séparés, les divorcés remariés, les femmes qui, les larmes aux yeux et la mort dans l’âme, se font avorter ; les gens que les circonstances de la vie obligent souvent à prendre des décisions qui ne sont pas conformes à la morale établie, parce qu’ils ne peuvent pas faire autrement s’ils veulent continuer à avoir une vie moindrement acceptable… Ceux qui sont dans le manque, ceux, qui pleurent, ce qui sont persécutés, insultés battus et combattus parce qu’ils cherchent et veulent un monde différent, plus juste, plus fraternel, plus pacifique, voilà ceux qui sont mes bienheureux…. ».

Mais le Seigneur nous rejoint aussi et, je dirais, surtout au cœur de notre vie quotidienne. Le Seigneur ne s'intéresse pas au passé, en tout cas il lui offre son pardon, le Seigneur ne veut pas que nous soyons trop tournés vers l'avenir, car cela lui appartient, en tout cas il ne veut pas le faire connaître. Le Seigneur ne connaît que le présent et il nous veut dans le présent. C’est « aujourd’hui », maintenant, en ce moment qu’il veut nous rencontrer. C’est aujourd’hui que son royaume doit se réaliser. C’est aujourd’hui que nous devons nous convertir, nous ouvrir à sa parole, nous laisser affecter et envahir par la force et la nouveauté de son Esprit. C’est aujourd’hui que nous devons nous libérer pour le suivre. Pierre, Jacques, Jean et André sont en train de travailler lorsque le Seigneur les rejoint. C'est au cœur de nos vocations propres que le Seigneur nous touche et nous rejoint, au cœur de ce que nous sommes aujourd'hui et dans ce que nous faisons. Et c'est cela l'appel à la conversion dont il est question. « Convertissez-vous car le royaume de Dieu est tout proche ». Jésus appelle « Royaume de Dieu » ce monde nouveau que ses disciples doivent réaliser à travers leur engagement dans les réalités terrestres. Cette proximité du Royaume n'est pas d'abord une proximité dans le temps où dans l’espace, c'est une proximité dans ce que nous vivons. Le royaume de Dieu est tout proche parce que sa réalisation ne dépend que de nous : de la volonté, du désir, de la promptitude que nous y mettrons pour le construire dans le quotidien de nos vies. Je construis le « Royaume » quand dans ma famille, dans mon travail, dans ma profession, sur la rue, dans le métro, à l’école, à la piscine… je souris, je suis gentil, je suis à l’écoute, je suis attentif, je suis délicat, je sais faire un compliment…. Quand j’aime, je supporte, je suis tolérant, sympathique, je donne, je pardonne, j’aide, je partage …en un mot lorsque je répands de l’amour; lorsque je fais en sorte que le monde soit meilleur, plus agréable autour de moi et qu’autour de moi les personnes se sentent un peu plus heureuses, parce qu’elles ont l’impression que ce monde assombri, enlaidi et attristé par la violence l’avidité et l’égoïsme est maintenant éclairé par une nouvelle lumière, celle de l’Amour : « Le peuple qui habitait dans les ténèbres a vu se lever une grande lumière». 

Soyons ce genre de disciples et de chrétiens !

Je trouve que la façon dont nous devons construire le Royaume de Dieu dans le quotidien de notre vie est exprimée à la perfection dans une prière attribuée à St. François d’Assise, que vous connaissez sans doute et que je veux vous lire pour terminer :

Seigneur, fais de moi un instrument de ta paix.
Là où est la haine, que je mette l'amour.
Là où est l'offense, que je mette le pardon.
Là où est la discorde, que je mette l'union.
Là où est l'erreur, que je mette la vérité.
Là où est le doute, que je mette la foi.
Là où est le désespoir, que je mette l'espérance.
Là où sont les ténèbres, que je mette la lumière.
Là où est la tristesse, que je mette la joie.

Fais que je ne cherche plus à consoler qu’à être consolé,
À comprendre plus qu’a être compris, À aimer, plus qu’à être aimé.


 Parce que c'est en donnant que l'on reçoit,
C'est en s'oubliant soi-même qu'on se retrouve
C'est en pardonnant qu'on obtient le pardon.
C'est en mourant que l'on ressuscite à l'éternelle vie. 


BM

Il regno di Dio è vicino - Mt. 4,12-23


(Terza domenica ord. A)

Finita la parentesi del Battesimo di Gesù, oggi Matteo ci fa entrare nel vivo del suo ministero. Siamo nel territorio di Zabulon e Neftali. Un territorio di frontiera, guardato con sospetto dai puri di Gerusalemme, luogo in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue diverse. Gesù sale a Cafarnao ed inizia la sua predicazione in questo luogo di passaggio, di l confine, in una  regione abitata in prevalenza da pagani e da stranieri.
Gesù  è sempre così, preferisce i discoli ed i monelli ai bravi ragazzi,; esorta chi lo segue ad andare verso i meno simpatici, verso gli scomodi, i lontani, gli esclusi, piuttosto che starsene sicuri e tranquilli in casa o fra i suoi a compiacersi delle belle  certezze della propria fede.  Gesù  è così:  ama il rischio, gli piace impegnarsi a favore di chi ha bisogno,  di chi è lontano, a costo d’apparire  anticomfomista, rivoluzionario , fuori posto ;a costo d’attirarsi le critiche dei  benpensanti e delle autorità costituite ; Gesù  parte ad annunciare il Regno là dove nessuno lo aspetta  e lo desidera. 

È  così che deve essere e che deve diventare la comunità cristiana, una comunità capace di uscire dalle chiese per ridare Dio alla gente, per rivelare la presenza di Dio ed i valori dello spirito a questa società tutta presa dalla  ricerca del successo economico; a quelli  che non riescono a vedere  ed ad apprezzare  altri valori che non siano quelli immediati del benessere materiale, della carriera ,della  riuscita professionale e  personale a tutti i costi,  anche se per questo bisogna  sacrificare la fedeltà, l’amicizia,  l’onestà , la giustizia, la moralità e persino la propria  fede. La comunità cristiana deve uscire dalle chiese  per condividere con  coloro che non sono cristiani lo Spirito che Gesù   ha lasciato. La nostra fede deve uscire dalle  chiese. Dio è stanco d’ essere venerato nei tabernacoli e di non riuscire ad entrare nella nostra  quotidianità. Dio è stufo d’essere tirato in ballo soltanto  nei momenti "sacri" o nei momenti  tristi,  ed essere estromesso dai luoghi dell'economia, della politica, del divertimento e della gioia. Se la nostra comunità si incontra ogni settimana, ogni domenica nell’ascolto della parola  di  Gesù, nel ringraziamento e  nella lode, lo fa per impregnarsi dello spirito di Gesù e diventare così capace  di infonderlo e di trasmetterlo poi nel  vissuto quotidano di tutti  quelli che frequentiamo.
           
Gesù sceglie di abitare, di condividere tutto con gli abitanti pagani di Zabulon e Neftali; porta la luce, dona testimonianza a tutti, senza fare distinzioni o discriminazioni  perchè sa  che tutti sono  uguali davanti a Dio. Tutti meritano d’ essere trattati allo stesso modo. A tutti egli annuncia dunque: "convertitevi perché il Regno si è fatto vicino". Sì, è il Regno ad essersi avvicinato;  è Dio   che prende l'iniziativa. Tocca a noi accorgerci, girare lo sguardo (convertirci, appunto) per captare la sua presenza. Gesù  non esordisce con rimproveri , con esigenze  morali, con discorsi tesi  a suscitare pentimento e cambiamento di condotta, come aveva fatto  Giovanni Battista. Lui invita, fa appello alla parte migliore del nostro cuore; a quelle aspirazioni nascoste  che non hanno il coraggio di manfestarsi e di condretizzarsi   nella nostra condotta quotidiana . Lui  per primo  offre  l’esempuo, si dona,  rischia.  Dice: "Dio  ti è  vicino. Il suo  regno  è qui, è dentro di te, non te ne accorgi?". Accorgersi significa  mollare tutto, lasciar andare i molti affari, le molte cose, per recuperare l'essenziale, come Pietro, come Andrea, che abbandonano tutto per vivere a secondo lo spirito di  Gesù . Il Regno è la consapevolezza della presenza di Dio in mezzo a noi . Il Regno è là dove Dio regna, dove lui è al centro. E la Chiesa, comunità di chiamati e di discepoli è la comunità di coloro che si sono resi conto di questa presenza di Dio nel mondo  e ento di ciascuno di noi e che deve adoperarsi  per comunicare a tutti questa sua meravigliosa  scoperta : è questo il vangelo ,è questa la buona novella che noi cristiani siamo chiamati a diffondere intorno a noi!

Dio è presente, tutto può essere diverso nel mondo se gli uomini si rendono conto e vivono di questa entusiasmante certezza !

BM


Ecco l’Agnello di Dio - Gv,1,29-34


(Seconda dom. ord. A)

            Il Vangelo di questa domenica, ancora sulla lunghezza d'onda dell'Epifania (manifestazione di Gesù), riporta la testimonianza di Giovanni Battista:
Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui dice : "Ecco l'agnello di Dio". Un titolo notissimo, quasi logorato dall'uso. Ma in che misura è compreso il suo significato? Il termine "agnello" rimanda all' "agnello pasquale"che gli ebrei mangiavano a pasqua per ricordare e commemorare l’evento della loro liberazione dalla schiavitù egiziana. Prima di partire dall’Egitto- dice la leggenda bibblica - Dio, tramite Mosè, comandò loro di mangiare in ogni famiglia un agnello, il cui sangue, spruzzato sulla porta di casa, li avrebbe preservati dall’angelo sterminatore mandato a colpire i primogeniti egiziani. Così, secondo la leggenda, il sangue dell’agnello salvò gli ebrei dalla morte. Da allora, a pasqua, anniversario di questo evento salvatore , ogni famiglia ebrei uccide e mangia un agnello per ricordare e ringraziare Dio per la liberazione ottenuta. Nella mentalità degli ebrei del tempo di Gesù, l’agnello era diventato un simbolo di libertà e di liberazione, ma evocava soprattutto quell’altra la liberazione che il messia avrebbe compiuto con la sua venuta e di cui quella dell'Esodo era una figura. Così, con l’andare del tempo, l’agnello ucciso ed consumato a pasqua, era diventato il simbolo e l’immagine di quell’altro Agnello, che un giorno Dio avrebbe inviato e che avrebbe avrebbe liberato dalla sofferenza, dall’oppressione e dalla schiavitù ,non soltanto il popolo o ebreo, ma l’umanità tutta intera .

            Nel vangelo di oggi, Giovanni Battista, spinto da una ispirazione e da una intuizione straordinaria, riconosce Gesù come colui che tutti aspettavano; riconosce in Gesù il messia atteso, l’autentico liberatore e salvatore, in una parola, vede Gesù come l’attuazione del simbolo dell’agnello, nella cui vita, data ed offerta fino all’effusione del sangue, tutti troveranno un ideale da seguire , un esempio da imitare, uno spirito da incarnare ed il segreto della loro trasformazione, della loro liberazione, della loro umanizzazione, della loro felicità vera e finalmete della loro salvezza.

            IL Battista indica Gesù come l’ "agnello", che "toglie il peccato del mondo". Il «peccato» è appunto l’inclinazione al male che ci portiamo dietro e che è la causa di tutta la sofferenza del mondo . Questo «peccato» o questo male da cui Gesù ci libera si chiama paura, angoscia, divisione interiore, schiavitù, dipendenza dai nostri vizi, dalle notre abitudini , da tutti quei comportamenti impulsivi che ci svuotano interiormente, che ci distruggono psicologicamente, umanamente e fisicamente. Il male o il peccato da cui la presenza di Gesù ci libera (o aiuta a liberaci) si chiama ancora egoismo, ripiegamento su noi stessi, avidità, accumulo e ricerca insensata e illimitata di potere, di mezzi, di soldi, di profitti, a scapito dei deboli, dei poveri, della natura, rifiuto di riconscerci uguagli aagli altri (vogliamo essere e crederci migliori, superiore agl altri), rifiuto di accettarci come siamo e di accettare gli altri come sono , con le loro diversità , le loro differenze , le loro debolezze , i loro errori ….In una parola, il peccato è la mancanza di sensibilità, d’empatia verso i nostri simili, verso la natura, il medio ambiente,la madre Terra. Il peccato si riduce finalmente ad una mancanza di rispetto e d’amore.


            Giovanni Battista indica Gesù non soltanto come l"L'agnello di Dio" che elimina, il peccato del mondo ,ma anche come colui che possiede lo Spirito di Dio e che battezza nello Spirito Santo di Dio: " ho visto lo Spirito discendere e rimanere su di Lui…io battezzo nell’acqua, ma lui battezza nello Spirito…»". . Cosa vuole dirci Giovanni con con queste affermazioni ? Ci vuole rivelarci che la liberazione dal male è intimamente connessa e strettamente dipendente dalla nostra apertura , dalla nostra disponibilità, dalla nostra accoglienza dello spirito di Gesù nella nostra vita. Gesù ,cioè, ci aiuta a liberaci dal male che è in noi, nella misura in cui riesce a comunicarci il suo Spirito, che è uno spirito d’amore. Ciò significa che la nostra liberazione, il nostro rinnovamento interiore, la nostra riuscita umana e spirituale e dunque la notra felicità e la nostra salvezza dipendono dalla capacita`che abbiamo a tuffarci, ad immergerci il questo Spirito o, per riprendere la terminologia biblica, a esser battezzati in questo Spirito.

            Giovanni ha capito che Gesù, possedendo in pienezza lo Spirito, lo può a sua volta comunicare. Ma chi può dare questo tipo di Spirito che trasforma l’uomo in un essere quasi divino, se non Dio solo? Ecco appunto l'ultima scoperta di Giovanni e quindi la sua testimonianza più alta: "Gesù è il Figlio di Dio". Di lui aveva già precedentemente affermato la divina preesistenza: "Era prima di me". Si avverte nelle parole di Giovanni una confessione di fede in Gesù straordinariamente ricca e profonda. Nelle azioni e titoli "vertiginosi" che il Battista applica a Gesù si coglie la sorpresa e la gioia intima del "testimone", innamorato di lui, felice di poter comunicare la rivelazione che ha ricevuto. Il rischio che noi corriamo è di ascoltare superficialmente tutto quanto viene attribuito a Gesù nel Vangelo, lasciandolo scivolare via e senza riflettere sul suo significato per noi.
           
             «Prima io non lo conoscevo, dice Giovanni di Gesù, ma adesso Dio mi ha concesso la grazia , la fortuna e la gioia di incontrarlo. Bisogna che il suo spirito cresca in me e che io diminuisca … Bisogna, che il mio spirito di uomo peccatgore, schiavo dei miei bisogni, dei meie vizi, dei miei impulsi e delle mie passioni,…. diminuisca sempre più fino a scomparire ... fino a diventare una altra persona , un essere completamente rinnovato e trasformato dalla presenza e dall’azione dello Spirito di Gesù nella mia vita ».

Queste parole di Giovanni, dobbiamo applicarle a noi stessi. Se riusciamo a farlo, saremo sulla buona strada e costuiremo intorno a noi una societ` più umana, un mondo più fraterno, una terra meno ammalata e meno inquinata ; e anche noi ci trasformeremo in persone migliori e più riuscite agli occhi degli uomini e agli occhi di Dio.



MB

jeudi 19 janvier 2017

CELUI QUI PEUT NOUS PLONGER DANS LE BON ESPRIT - Jn 1, 29-34,



( 2e dim.ord. A)

L’Évangile de ce dimanche nous raconte le témoignage du Baptiste qui voyant Jésus venir, le présente à tous par ces mots: «Voici l’Agneau de Dieu venu enlever le péché (le mal) qui se trouve dans le monde». Ce titre fait référence à l’agneau pascal consommé par les hébreux en mémoire de leur libération de l’esclavage en Égypte. Selon la légende biblique, le sang d’un agneau avec lequel on avait marqué les portes des maisons des Juifs, les sauva de l’ange exterminateur envoyé par Dieu pour frapper les enfants aînés des égyptiens. Depuis ce temps, à Pâques, chaque famille juive tue et mange un agneau en souvenir de cet événement et en reconnaissance pour la libération obtenue. Dans la pensée et la culture religieuse juive du temps de Jésus, l’agneau et surtout le sang de l’agneau, sont devenus un symbole de libération et de liberté et préconisaient aussi cette autre libération que le futur Messie aurait accomplie lors de sa venue.

En pointant Jésus comme l’agneau de Dieu, Jean le Baptiste veut, de toute évidence, présenter Jésus comme celui qui accomplit et réalise la libération contenue dans la symbolique de l’agneau pascal. Il reconnaît en Jésus celui qui libère, c’est à dire, le messie attendu, celui qui, par sa vie donnée au prix de son sang, sèmera dans notre terre et dans notre humanité les germes d’une liberté possible et accessible à tous ceux et celles qui, comme lui, seront capables d’aimer et de donner leur vie pour faire le bonheur des autres.

Jean indique Jésus comme l’agneau qui enlève le péché du monde. Si le mot «péché» dans notre culture moderne, laïque, sécularisée, sent le vieux, le passé date, l’indigeste, toutefois les phénomènes, la réalité que ce terme archaïque et démodé indique, sont bien réels. Ce terme de «péché» tel qu’il apparaît dans les écrits de l’Ancien et du nouveau testament n’indique pas principalement la faute produite par la transgression de commandements, de lois, de règles, de normes, des lois attribuées à un législateur soit divin soit humain. Ce terme sert fondamentalement à signifier le vide d’amour que nous pouvons souvent creuser au cours de notre existence. Tout ce qui va contre l’amour et donc tout ce qui génère arrogance, suffisance, ambition, sentiment de supériorité. Tout ce qui dans notre vie produit  division, séparation, exploitation, haine et souffrance. Tout ce qui en l’être humain mène vers son aliénation et dans notre monde mène vers son déséquilibre, sa déprédation, son appauvrissement, son dépérissement, sa décadence et finalement vers sa perte. Il indique tout ce que nous faisons dans notre vie pour nous ériger en dieu vers lequel tout le monde doit se tourner. Il indique tout ce que nous faisons pour tout ramener à nous, alors que nous n‘existons que pour entrer en relation avec les autres et pour les aider à mieux vivre par le don de notre vie, comme Jésus l'a fait. Le péché est notre incapacité à nous laisser emporter sans réserve par les forces de l’amour que Dieu, comme en Jésus, a versé dans les profondeurs de notre personne et qui nous définissent en tant qu’humains. Le péché ce sont les obstacles que nous opposons au déploiement de l’amour dans notre monde.

Ici, quand je parle de l’amour, je ne parle pas de n’importe quel amour, mais de l’amour qui nous vient de Dieu et qui s’est manifeste d’une façon unique en Jésus. C’est cet amour-là, tel que nous le trouvons présent et agissant en Jésus, que nous devons retrouver et activer en nous, afin de nous laisser transporter par lui. C’est ce genre d’amour qui enlève le péché, le mal et la souffrance autour de nous et qui sauve finalement notre humanité. C’est cette qualité d’amour, découverte en Jésus, que l’Apôtre Paul cherche à transmettre aux chrétiens de Corinthe, déchirés part toutes sortes de querelles et de divisions, lorsqu’il leur écrit en l’année 45 :« J'aurais beau parler toutes les langues de la terre et du ciel, s'il me manque l'amour, je ne suis qu'un cuivre qui résonne, une cymbale qui retentit. J'aurais beau être un savant, avoir toute la science des mystères et toute la connaissance … s'il me manque l'amour, je ne suis rien. J'aurais beau distribuer toute ma fortune aux affamés, j'aurais beau me faire brûler vif, s'il me manque l'amour, cela ne me sert à rien. L'amour est patient ; l'amour rend service ; l'amour n’est pas jaloux ; il ne se vante pas, ne se gonfle pas d'orgueil ; il ne fait rien de malhonnête ; il ne cherche pas son intérêt ; il ne s'emporte pas ; il n'entretient pas de rancune ; il ne se réjouit pas de ce qui est mal, mais il trouve sa joie dans ce qui est vrai ; il supporte tout, il fait confiance en tout, il espère tout, il endure tout, il pardonne tout. L'amour ne passera jamais ». 

Si vraiment Jésus est celui qui vient ôter ce «péché», voilà qu’il est nécessairement proclamé ici comme celui qui a le pouvoir de nous sauver nous, notre humanité et notre monde. Les évangiles ne sont que le récit de cette lutte incessante de Jésus contre l’esprit mauvais qui nous habite, qui nous fait souffrir, qui nous décompose petit à petit et qui finit, s’il n’est pas chassé, par démolir en nous notre humanité.

Jésus possède le pourvoir de libérer du mal et du péché, parce que, à son contact, nous pouvons nous approprier de son Esprit qui est essentiellement un esprit d‘amour qu’il a développé en lui, grâce à sa relation unique avec Dieu. C’est pour cela que son Esprit est un Esprit bon, saint, divin ; un esprit qui n’est pas le produit d’un cœur endurci et avarié, comme est souvent notre esprit. Son Esprit qui est le résultat de cette relation d’amour qu’il a toujours entretenue avec Dieu et ses frères humains. L’Esprit de Jésus, transfusé en nous, constitue le médicament divin qui produit le miracle de notre guérison intérieure et, finalement, de notre pleine humanisation.

C’est tout cela que dans l’évangile de ce dimanche Jean Baptiste veut signifier lorsqu’il s’exclame à propos de Jésus :« J’ai vu l’Esprit descendre du ciel …et demeurer sur lui …. Celui qui m’a envoyé baptiser dans l’eau m’a dit : l’Homme sur qui tu verras l’Esprit descendre du ciel et demeurer sur lui, c’est celui qui a le pouvoir de plonger les hommes dans l’Esprit bon et saint qui pourra les guérir de l’intérieur et les transformer en des êtres meilleurs ».


MB

jeudi 12 janvier 2017

EPIPHANIE – OUVERTS À LA LUMIÈRE - Mt.2,1-12



Nous sommes ici en présence d’un texte d’évangile qui le long des siècles a charmé des générations d’enfants et de chrétiens  et qui continue de nous émerveiller pour la richesse de ses symboles et la qualité du message qu’il cherche à transmettre. En effet, si nous savons interpréter comme il faut le contenu caché dans ce récit pittoresque et merveilleux, nous découvrirons que son auteur est un catéchète hors pair, un théologien d’un génie extraordinaire. À travers les faits et les images qu’il nous propose, il trace en réalité pour tout homme en général et pour le croyant et le disciple du Seigneur en particulier, les étapes de ce que devrait être son cheminement intérieur pour arriver à trouver l’enfant divin qui repose en chacun de nous et devant lequel nous devrions être capables de déposer, comme un cadeau, le sens de notre vie. Ce récit des Mages est finalement une parabole sur la fonction et la nécessité de vivre notre vie en nous laissant entraîner, transporter par la foi (représentée ici par l’étoile) et, plus particulièrement, par la foi en la présence de Dieu dans notre monde.

Foi qui est d’abord présentée ici comme lumière, comme illumination, comme infusion d’une sagesse qui nous vient d’en haut, comme don divin qui parcourt le ciel de notre vie et nous donne la capacité de regarder  la réalité avec les yeux de Jésus qui sont finalement le regard de Dieu.

Foi aussi comme disponibilité à accueillir du nouveau dans notre vie; à abandonner nos assurances, nos certitudes établies; foi comme attitudes à se remettre continuellement en question; comme capacité à partir plus loin, à marcher sur des chemins qui nous déstabilisent parce qu’ils nous obligent à laisser la tranquillité et le calme de notre chez nous chaud et douillet… car sans cela jamais nous ne connaîtrons d’autres pays, jamais nous ne verrons d’autres horizons, jamais nous ne ferons de nouvelles rencontres qui donneront peut-être un souffle nouveau à notre existence et qui seront à l’origine d’un nouveau commencement et d’une nouvelle naissance. La nuit de notre vie sera sans étoiles, si nous ne la vivons pas avec le souci continuel de regarder plus haut et plus loin pour détecter l’apparition de sa lumière et pour progresser, aller de l’avant, changer, évoluer au rythme de tout ce qui existe et qui vit.

C’est tout cela que l’évangéliste veut nous dire en nous présentant ces mystérieux personnages qui arrivent à Jérusalem de l’Orient. L’Orient, c’est loin; l’Orient c’est un pays lointain; c’est le berceau du soleil. L’Orient est alors la patrie de tous ceux et celles qui sont épris de lumière et qui sont représentés ici par ces personnages énigmatiques qui voyagent attirés par le mouvement d’une étoile. Ces gens qui viennent de l’orient, d’un pays étranger, sont appelés «mages» pour signifier qu’ils ne sont pas des personnes ordinaires; ils ne sont pas comme tout le monde; ils ne sont pas des juifs, ils n’apparient pas au peuple élu… et pourtant, et voilà le message extraordinaire que le récit évangélique veut transmettre, et pourtant ces infidèles, ces païens viennent du pays du soleil; ils sont des apprivoiseurs d’étoiles; des chercheurs de lumière; ils ont vu l’Astre de Dieu et les voilà en chemin à sa poursuite. …. C’est dire leur importance, leur grandeur…! Une poursuite qui les amènera loin, dans un endroit étranger, dangereux, hostile, où ils risquent leur sécurité et même leurs vies…

C’est le risque à courir lorsqu’on est à la recherche de lumière, ou de quelque chose ou de quelqu’un qui peut « sauver » notre vie. Rien n’est assuré dans cette quête de vérité. L’élan intérieur, l’enthousiasme, la ferveur, l’étoile qui nous a toujours guidé vers Jérusalem, vers le pays où nous espérions rencontrer le Messie, peuvent disparaître un jour et nous pouvons nous trouver à nouveau dans l’obscurité et exposés aux menaces et aux dangers d’un Hérode. Cependant, si nous persistons dans la recherche du Messie qui doit naître pour nous et en en nous, de cet enfant innocent et de ce fils de Dieu que nous sommes finalement tous au plus profond de nous même, alors, certainement, nous assure ce récit, l’étoile réapparaîtra qui nous conduira à faire la rencontre d’un « Sauveur ».

Par contre, les juifs de Jérusalem, avec Hérode, les scribes et les pharisiens représentent ceux qui ne sentent pas le besoin de se mettre en marche. Ceux qui se sentent très bien là où ils sont. Ceux qui pensent posséder déjà la lumière. Ils ont la compétence, le savoir faire, la science et la connaissance des Écritures. Ils sont capables de les lire et de les interpréter. Eux, ils savent déjà tout ; ils savent déjà où se trouve le messie ; ils n’ont pas besoin de le chercher. Et c’est pour cela, nous dit ce texte de l’évangile, qu’ils ne le trouveront jamais. Puisqu’ils ont eu trop confiance en eux même, en leur savoir, en leurs certitudes, en leurs croyances religieuses ; puisqu’ils ont été toujours repliés sur eux-mêmes ; puisqu’ils n’ont jamais su regarder plus haut que leur nombril, ils ne verront jamais aucune étoile. Puisqu’ils n’ont jamais été capables de s’émerveiller et de s’interroger en regardant le ciel, ils ne pourront pas reconnaître les signes de la naissance et de la présence tout proche de Dieu dans leur vie et dans le monde. Et pourtant il était là…. à Bethleem … à quelques pas de Jérusalem … et ils ne l’ont jamais rencontré!!! Alors que les mages, les païens se sont ouverts à la nouvelle Lumière, ont accepté de se faire éclairer, eux, les membres du peuple élu, les héritiers des promesses divines, sont restés figés dans le refus et l’obscurité.

Cette parabole des mages a été écrite pour faire l’apologie de l’universalisme chrétien. C’est la fin de particularisme, de l’élitisme. Désormais il n’y a plus de peuple élu ; tous les peuples de la terre sont choisis par Dieu pour entrer dans son royaume; tous sont appelés à se prosterner devant lui; tous sont appelé  à découvrir l’enfant de Dieu que chaque personne est dans les profondeurs de son être. Toutefois, la découverte de cet enfant ne peut se faire que si nous sommes capables de nous délester de nos carcans et de vivre une existence caractérisée par une certaine forme de détachement, de simplicité, de pauvreté, de lâcher prise, afin de récupérer notre liberté et de nous rendre sensibles aux appels qui viennent de l’intérieur de notre cœur. Ces appels, lancés par l’enfant qui est en nous, répercutent toujours la voix de Dieu et sont le signe le plus parlant de sa présence.



MB, 

EPIFANIA DEL SIGNORE


Epifania significa manifestazione. È una delle feste più antiche dell’anno liturgico. È ancora più antica della festa del Natale che si è incominciata a festeggiare ufficialmente in Occidente soltanto a partire dal quinto secolo in sostituzione della festa pagana consacrata al Dio Sole con la quale si celebrava il solstizio d’inverno. L’arrivo di giornate più lunghe; la presenza prolungata e più intensa della luce durante il giorno presero a simbolizzare per i cristiani  la venuta di Gesù, vera luce venuta a  dissipare  le tenenbre del  male e del peccato. Invece la festa de Battesimo di Gesù dove  egli viene presentato da Dio come figlio diletto ed  Messia scelto per manifestarlo al mondo, era già celebrata in Oriente fin dal secondo secolo.

I cristiani dei primi secoli sparsi nel mondo pagano nel quale si celebravano svariati interventi delle divinità nei templi e nei culti pagani, avvertirono presto il bisogno di contrapporre a queste manifestazioni pagane della divinità quella che essi consideravano la sola vera e autentica manifestazione di Dio nel mondo:  Gesù di Nazareth, il figlio  di Maria.  Tre  avvenimenti della vita di Gesù furono scelti a preferenza di altri per esprimere la fede nella rivelazione e nella manifestazione di Dio all’umanità: la visita dei magi al fanciullo  Gesù, il battesimo di Gesù nel Giordano, il miracolo di Gesù alle nozze di Cana in Galilea, dove egli aveva cambiato l’acqua in vino.

  I cristiani sono sempre stati colpiti dal mistero di Dio che Gesù aveva loro rivelato come  presente e operante non soltanto nel mondo ma anche e sopratutto all’interno dei loro cuori. “Il regno di Dio è dentro di voi”, diceva Gesù. Essi hanno dunque sentito il bisogno di celebrare in modo speciale il mistero di questa presenza e di questa manifestazione. Per loro Dio non è più ormai un essere  lontano, nascosto, irraggiungibile; ma Dio si è avvicinato; è uscito dalla sua eternità; ha fatto irruzione nel  tempo; è entrato nella storia, si è rivelato nella condizione umana, attraverso la presenza, l’azione, le parole e  la vita di Gesù . Per I cristiani Gesù  è colui che  ci manifesta  il volto di  Dio; è l’immagine più compiuta di Dio. È colui nel quale  lo Spirito di Dio agisce nel mondo in modo più completo e più  perfetto. Per i cristiani Gesù  è il segno visibile e il sacramento di questa  presenza  di Dio nel mondo. Chi vede vivere ed agire Gesù  può avere una idea di come è Dio; ed ha anche  davanti agli occhi il modello dell’uomo così come Dio la vuole. Se Dio è Padre, Gesù è il modello del Figlio, e dunque anche il modello nostro, di come dovremmo essere anche ognuno di noi. L’evangelista Giovanni esprime questa  fede dei cristiani quando, attribuisce a Gesù questa risposta a Filippo che gli domandava  di fargli conoscere  Dio suo  Padre:” Filippo, non sai che chi vede me vede il Padre ?” Gesù diventa l’immagine di tutti i mistici, di tutti santi, di tutti i salvati, di tutti i redenti, di tutti coloro che hanno  fondato la loro  vita sulla certezza dell’esistenza e della  presenza di Dio  e che tirano da questa convinzione e da questa fede la forza e la gioia di vivere, la dignità, il valore ed  il senso dello loro  esistenza. Noi tutti, come Gesù, siamo ormai  quei figli prediletti  nei quali Dio  egli si è compiaciuto  e sui quali egli ha fatto scendere il suo Spirito. È questo il  mistero che vuole ricordare la scena del battesimo di Gesù.

Figli di Dio, testimoni  viventi della sua presenza nel mondo, manifestazioni del suo potere che guarisce, che salva e che trasforma  il cuore di ogni essere che si  affida a lui, ecco che, come  Gesù, diventiamo anche noi capaci di cambiare l’acqua in vino. Figli di Dio, animati dal suo Spirito, stimolati e guidati dall’esempio e dalla parola di Gesù, diventiamo davvero agenti di rinnovamento e di perfezionamento del mondo e della società in cui viviamo. Diventiamo i costruttori del Regno di Dio sulla terra. Abbiamo il compito di essere le mani e gli strumenti di cui Dio  si serve per operare il miracolo  della trasformazione del mondo. Attraverso di noi e per mezzo di noi il buio deve cambiarsi  in luce, l’odio in amore, la durezza in compassione, la vendetta in perdono, l’egoismo  in generosità, il potere in servizio, la violenza in mansuetudine, la disperazione in consolazione e speranza, la paura e l’angoscia in pace e serenità, il peccato in grazia , la morte in  vita . Sì, alla tavola dell’esistenza dove noi cristiani ci sediamo, dobbiamo  assistere al miracolo della  trasformazione di questo mondo in qualche cosa di più pregiato e di più inebriante; dobbiamo in un certo senso assistere al  miracolo della trasformazione dell’acqua in vino.

L’Epifania è anche la festa dell’universalismo cristiano. I cristiani hanno ormai la certezza  che il loro Dio non è più soltanto  il Dio di un popolo eletto (come credevano esserlo gli ebrei) , ma che il Dio  rivelato  da Gesu é un Dio che ama tutti, che vuole salvare tutti, perchè tutti indistintamente sono figli suoi.  
Lo scopo di questo  racconto evangelico non è  soltanto  quello di fa capire che la presenza di Gesù  in mezzo a noi realizza e compie ormai quanto le profezie antiche avevano preannuziato; ma anche annunciare  che  Gesu è davvero la rivelazione di Dio in mezzo a noi; che la sua   parola  e la sua presenza  costituiscono per noi la luce  che ci conduce all’illuminazione e alla  salvezza . Questa salvezza e questa illuminazione sono ormai  disponibili  per tutti.  Il vangelo ci annuncia  che tutti coloro  che hanno la fede,  che si lasciano guidare dalla  stella  che brilla nel cielo  della loro anima , entreranno là dove si trova la loro salvezza . Il vangelo di oggi ci dice  che coloro che sanno ascoltare le aspirazioni profonde  del loro cuore; che osano mettersi in viaggio  alla ricerca di una risposta  ai loro desideri e alle loro attese  profonde; che vogliono trovare un senso alla loro vita  che vada al dilà  del semplice avere, del semplice possedere o del semplice  godere ; che non si rassengnano a vivere entro i limiti ristretti di una  estenza puramente materiale e terrena , tutti costoro, ci assicura il vangelo, troveranno la luce. Per sentieri che Dio solo conosce, spesso cosparsi d’ostacoli e contradizzioni, attraverso periodi di oscurità e di smarrimento, arriveranno  certamente  un giorno ai piedi  di Colui che è capace di salvarli. Proprio come i magi che dopo tante periezie trovano  finalmente la casa della Madre e del Bambino.


MB